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Processo Iraq, i pm confermano le accuse

Processo Iraq, i pm confermano le accuse

Oggi intanto, dopo le ultime repliche della difesa, è attesa la sentenza per i cinque imputati illustri

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CARRARA

Oggi alle 15 è attesa la sentenza che metterà la parola fine (solo naturalmente per il primo grado, la prescrizione per gli altri gradi di giudizio sarà inevitabile, visto che scatta dalla fine di questo mese) al maxi processo per la moschea fantasma in Iraq, con annesso intrigo internazionale. Quello, per intenderci, che vede sul banco degli imputati, con l’accusa di bancarotta fraudolenta e documentale e abuso d’ufficio, l’imprenditore del marmo PaoloDazzi, la moglie, ed ex giudice del tribunale di Massa, Laura Donatiello, gli avvocati carraresi Giancarlo Lattanzi e Rinaldo Reboa, e la legale versiliese Ada Rosa Ruffini. Ieri, nella IV sezione penale del tribunale di Torino, c’è stato lo spazio per le prime repliche, quelle dei pubblici ministeri (Andrea Paladino e Valerio Longi che hanno confermato l’impianto accusatorio) degli avvocati di parte civile (Chiappero per l’Iraq e Lauro per la banca Unicredit). Quelle dei legali degli imputati termineranno stamani. Poi, dopo la camera di consiglio, è attesa la sentenza.

Ricordiamo che i pubblici ministeri, nella loro ampia requisitoria, hanno chiesto condanne pesanti a carico degli imputati: otto a mezzo di reclusione per l’imprenditore Paolo Dazzi, otto anni, rispettivamente, per gli avvocati Rinaldo Reboa, Giancarlo Lattanzi e quattro anni per la lega Adarosa Ruffini. Nel mirino della procura torinese un supercontrattoper una Moschea a Bagdad - secondo la magistratura falso - e un intreccio di interessi per riuscire ad accaparrarsi 7 milioni e mezzo di euro (questi veri) depositati a Massa, ma, dopo una girandola, destinati ad altri.

Un intrigo internazionale pche va avanti da 22 anni. Da quando Saddam Hussein pensò di realizzare la Moschea e il Centro Islamico di Baghdad: ma la prima Guerra del Golfo bloccò la commessa, la ditta incaricata dei lavori e della fornitura - un affare da 50 milioni di dollari - la carrarese "Dazzi Pietro fu Enrico" entrò in crisi; ci furono procedure fallimentari, ma anche la cessione di un credito multimilionario dal tribunale a una società inglese, la Server Plus, per poco più di 77mila euro.

Proprio questo passaggio finì al centro di una clamorosa inchiesta della magistratura.

Oggi, dopo il lungo processo in cui sono sfilati testi illustri.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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