Proteste
Nuovo Pignone, assolti Cagnoni e Angelini
I direttori dello stabilimento erano accusati di lesioni colpose per le malattie contratte dagli operai
MASSA
Sono stati assolti Bruno Cagnoni e Amedeo Angelini, responsabili della Nuovo Pignone finiti alla sbarra con l’accusa di lesioni colpose per le malattie professionali che hanno colpito un gran numero di exoperai. Mancano ancora le motivazioni della sentenza pronunciata da Ermanno De Mattia, arriveranno soltanto tra una decina di giorni, ma la sensazione è che il giudice abbia ritenuto che nonostante l’evidenza delle patologie che hanno minato la salute delle tute blu è impossibile stabilire con certezza a quale periodo risalgono. In un’altra sentenza almeno De Mattia aveva detto questo, assolvendo un altro responsabile di stabilimento. «Aspettiamo le motivazioni - ha detto l’avvocato Nicoletta Cervia, che rappresenta gli operai e le famiglie -, poi vediamo se è possibile impugnare la sentenza». Nessun commento invece da parte del pm Rossella Soffio.
Stralciata invece la posizione di un’altro imputato - Vincenzo Pizzini -, verrà discussa in aula il 6 marzo. Per lui l’accusa è più grave, visto che si tratta di un carcinoma quello che ha colpito l’operaio.
Durante il processo gli operai avevano raccontato a De Mattia di quel particolare tipo di saldatura che prevedeva nell'impasto polvere di amianto. Qualcuno aveva detto di aver visto smaltire dei residui di lavorazione nel Frigido. Dichiarazioni che facevano a pugni con quanto detto dai due periti della difesa, a loro è toccato il compito di perorare la tesi dell'azienda. E cioè che le malattie che hanno intaccato la salute delle tute blu non sono state causate dagli ambienti di lavoro, ma che sono dovute a mille altre motivi.
Certo c’è amarezza negli operai per la sentenza di assoluzione.Gli operai avevano fatto una fatica enorme a presentarsi in aula e parlare di quelli che erano i loro capi, persone che vedevano come infallibili perché avevano studiato e quasi si scusavano ogni volta che venivano incalzati dal pubblico ministero Soffio che gli chiedeva di raccontare al giudice in che condizioni erano costretti a lavorare.
Adesso il 6 marzo si torna in aula, sempre per la stessa questione. L’accusa spera di arrivare, almeno questa volta, al riconoscimento di una responsabilità.
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