Il Tirreno

Rumianca, Comune ko anche in appello

di Massimo Braglia
Rumianca, Comune ko anche in appello

Genova ribadisce il verdetto di primo grado: non è dimostrato che la Syndial abbia avuto comportamenti illeciti

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CARRARA

Niente da fare: anche in appello il Comune e il ministero dell’ambiente sono stati sconfitti, e quindi la Syndial - subentrata a Enichem nello stabilimento ex Rumianca - non pagherà un solo euro di danno ambientale. Il giudizio di secondo grado è quindi analogo a quello di primo grado, e ora a palazzo comunale resta solo la strada della Cassazione.

Resta senza un responsabile il danno provocato alla comunità; dopo essersi sorbita per decenni una fabbrica che - come abbiamo scritto ampiamente nei giorni scorsi e più volte nel tempo - ha manipolato veleni di ogni tipo, e i cui dipendenti sono praticamente tutti morti (di 700 ne resteranno in vita una ventina), la città rimane adesso con il cerino in mano, con duecentomila metri bloccati chissà fino a quando in attesa di bonifica, e una ferita visibile nel cuore della zona industriale, un’enorme fetta di territorio off-limits.

La sentenza della prima sezione civile della corte d’appello di Genova - presidente Maria Teresa Bonavia - è necessariamente tecnica.

Ripercorre le varie posizioni in campo, e ricorda che il Comune puntava il dito contro l’azienda chimica non solo per il grave incidente del 12 marzo del 1984 (in seguito al quale la fabbrica non riaprì più), ma - testuale - per il fatto di aver gestito «uno stabilimento che produceva prodotti tossici nocivi senza effettuare una costante e adeguata manutenzione, senza curarsi che gli impianti fossero a norma, e violando le disposizioni relative alla prevenzione infortuni, all’igiene del lavoro, agli impianti elettrici. E comunque, vi era un danno ambientale da almeno ottanta milioni di euro.

Bonifica iniziata nel 1994

Ma i giudici d’appello la pensano diversamente. Intanto, spiegano, l’area è stata bonificata per la parte sovrastante il suolo, a partire dal 1994; pertanto - aggiungono - l’eventuale danno riguarderebbe il suolo e la falda.

Ma, scrive la Corte, vari soggetti si sono succeduti a partire dal 1935. «E’ pacifico - ammettono i giudici - che le lavorazioni svolte nel sito di Avenza siano state potenzialmente nocive; i prodotti che vi venivano lavorati e le sostanze utilizzate erano senza dubbio inquinanti, e all’epoca in cui si svolgevano l’attenzione all’ambiente era senza dubbio poco sentita»; insomma, la contaminazione ci può essere stata, ma non vi era una legislazione antinquinamento. Non solo: tutte le relazioni prodotte in giudizio, secondo la corte d’appello, non dimostrano l’illiceità del comportamento di Anic Agricoltura, subentrata nel 1983. Sarebbero insomma relazioni e consulenze generiche, relative all’incidente o alle norme antinfortunistiche, ma non specifiche nel far individuare la responsabilità di Anic oggi Syndial.

Impianti inquinanti già fermi

I giudici sostengono inoltre che durante la gestione di Anic l’azienda produsse solo fertilizzanti ed erbicidi, mentre gli impianti più inquinanti, destinati a produrre acido citrico e atrazina, erano fermi da anni e in via di smantellamento, ed esclusi dal trasferimento ad Eni.

Insomma: tutte le centinaia di pagine di relazioni tecniche allegate alla causa, ribadiscono i giudici di secondo grado ricalcando più o meno la sentenza di primo grado, non individuano la responsabilità dell’Anic Agricoltura oggi Syndial. E nemmeno individuano il danno ambientale. I rifiuti rinvenuti nello stabilimento - scrivono nella sentenza i giudici genovesi, riprendendo la posizione di Syndial - erano stati prodotti dalle precedenti proprietarie e non le erano state trasferite. L’episodio del marzo 1984 «aveva prodotto effetti circoscritti al reparto dove si era verificato, il quale era stato da essa interamente bonificato». Un altro successo su tutta la linea per il super-avvocato genovese Vincenzo Roppo. Carrara è sconfitta: deve solo sperare nella Cassazione e quantomeno che nel giro di sette-otto anni la bonifica sia completata. Ben magra consolazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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