Sicurezza
«Ecco come pagavano le cremazioni in nero» e il pm inchioda il teste
Si torna in aula questa mattina per il processo sulle false cremazioni al cimitero del Mirteto. Si riparte da dove si era finito un paio di settimane fa, dal colpo messo a segno dall’accusa
MASSA. Si torna in aula questa mattina per il processo sulle false cremazioni al cimitero del Mirteto. Si riparte da dove si era finito un paio di settimane fa, dal colpo messo a segno dall’accusa con la deposizione di uno degli imputati: Del Sarto, ex dipendente del comune di Pisa e addetto al forno crematorio della città della torre pendente. Luciano Del Sarto. Il pensionato rispondendo alle domande del pm Federico Manotti ha ammesso che Renato Alibani, titolare di Euroservizi, la società finita nello scandalo, lo aveva contattato per fare delle cremazioni in nero, «all’insaputa del Comune».
L’episodio contestato risale a dicembre 2004: «In tutto sono state una quarantina le salme cremate senza essere registrate - da detto Del Sarto al pubblico ministero -. D'accordo con Alibani, le ricevevo io personalmente e le facevo di
notte ecco .. quando il cimitero era chiuso. Arrivava con i suoi operai verso le 20. L'accordo con Alibani lo avevo preso di persona a Pisa, mi era venuto a trovare proprio per parlarmi di questo».
Manotti è riuscito a far dire al teste anche in cosa consisteva l’accordo che aveva preso con il titolare di Euroservizi: «Alibani mi aveva proposto una cifra, mi sembra cento euro per ogni salma, ogni restomortale . Invece di pagare la somma al Comune ne dava una a me un po’ inferiore. Alibani comunque non veniva a portarmi le salme, era un compito che lascia fare ai suoi operai. Qualche volta erano due, altre tre ... uno solo non credo,minimo due ne ho visti arrivare nel forno crematorio».
Del Sarto prima aveva detto di non conoscere gli operai che erano andati da lui con i resti mortali a Pisa, poi però Manotti gli ha elencato una serie di nominativi. Tutti imputati nel processo sulle false cremazioni: «Sì, erano loro. Li ricordo tutti i nomi che mi ha fatto».
Questa mattina si torna in aula, sono ancora molti gli aspetti da chiarire. Il più importante di tutti però è conoscere l’identità dei resti mortali di cinque persone ancora senza un nome che si trovano dentro un container frigo dal maggio del 2007.
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