Il Tirreno

«Ho licenziato mio figlio per poter andare avanti»

Tante le storie dal profondo della crisi che arrivano da tutti i settori produttivi In cinquecento alla manifestazione di protesta delle associazioni di categoria

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di Cinzia Chiappini

CARRARA

Essere costretti a licenziare il proprio figlio dalla ditta di famiglia, costruita anche per garantirgli un futuro, perché non si riescono più a pagare le tasse. Anche questi sono gli effetti della crisi. La colpa? Il “popolo” delle associazioni di categoria, che ha partecipato stamani all’iniziativa alla Camera di Commercio non ha dubbi: le istituzioni, la politica e la burocrazia. Storie diverse e mondi diversi, con problemi e risposte uguali: c’è chi è arrivato dalla sua azienda agricola su un trattore o chi è sceso dalle cave su un camion, lasciando i mezzi da lavoro in bella vista nel parcheggio antistante l’ente camerale, per dare visibilità all’iniziativa; c’è chi si è presentato con gli scarponi da lavoro, rinforzati sulle punte, e chi in mocassini e gessato. Tra i tanti che sono arrivati in auto, c’è chi ha pensato di tappezzare i finestrini con i volantini della manifestazione, in una sorta di manifesto ambulante della crisi. E per quanto possano essere diverse le loro aziende e le loro vite, gli imprenditori che si sono incontrati stamani, sono tutti d’accordo almeno su una cosa: per uscire dalla crisi, la politica e le istituzioni locali devono cambiare atteggiamento. «Il 90 per cento dei funzionari che lavorano per gli enti con cui ci dobbiamo confrontare per portare avanti le nostre attività – dice Michele Cappè, imprenditore edile carrarese – non sono lì per merito ma solo perché ce li hanno messi i partiti. Tutelano il loro posticino, punto e basta». «La crisi è forte, il settore dell’edilizia ha registrato un calo del fatturato del 55 per cento – racconta Paolo Bedini, titolare dell’omonima ditta di impiantistica – ma noi non siamo rimasti a guardare: stiamo cercando di sopperire allargando il nostro bacino d’utenza ai comuni limitrofi. Ma la cosa peggiore è la contrazione finanziaria, non ci sono più soldi che girano e mantenere in piedi un’impresa è sempre più difficile». Problemi nazionali a cui si sommano fattori contingenti del territorio, come quelli innescati dai “grandi scandali”, primo fra tutti quello della Asl. «In questo momento stiamo subendo le ripercussioni dei tagli nazionali e della crisi della nostra azienda sanitaria – spiega Antonella Oronte, presidente della cooperativa DiVittorio – Quando è scoppiato il caso Asl, ci avevano assicurato che l’intervento di riordino non avrebbe toccato i servizi sociali. Invece adesso, in modo subdolo, si stanno tagliando anche i servizi essenziali, quelli rivolti alle famiglie in difficoltà e alle persone con problemi fisici, di salute e psichiatrici». Un problema nel problema, in un settore particolarmente strategico in tempi di crisi: «In questo periodo con questa penuria di risorse – aggiunge la Oronte – se si fanno politiche di campanile, per le cooperative, è impossibile continuare a operare e a mantenere posti di lavoro».

Un tema, quello dell’occupazione, particolarmente sensibile in una provincia, come quella apuana, che pur essendo in Toscana, viaggia su cifre da profondo Sud: anche per questo, tra le tante storie che si potevano ascoltare ieri mattina nei corridoi della Camera di Commercio, quella di Guido Nicoli è stata una delle più emblematiche. «Io dovrò licenziare mio figlio – ha esordito l’idraulico carrarese – Lavoravo in coppia con lui, l’avevo assunto come apprendista, contando sugli incentivi a sostegno delle assunzioni dei giovani. Ma poi ho scoperto che quei soldi si ripagano tutti a fine anno, e adesso sarò costretto a licenziarlo, altrimenti non riuscirò a pagare i contributi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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