Il Tirreno

Bagno a fuoco, forse una vendetta

Bagno a fuoco, forse una vendetta

Non è escluso che ad appiccare l’incendio sia stato un evasore fiscale dopo gli accertamenti della Finanza

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di Chiara Sillicani

MARINA DI MASSA

Le fiamme si sono insinuate, lingue sottili, tra le assi delle cabine, tra gli ombrelloni e le sdraio “in letargo”, in attesa di sole e afa agostana. Hanno preso vigore, ridotto in cenere 16 cabine, cancellato una parte del Lido del finanziere. Eppure, in riva al mare, a Ronchi, qualcuno quelle fiamme le ha volute, cercate, provocate. Magari - e questa è una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti - perché non ha digerito gli accertamenti della Guardia di finanza. Le fiamme gialle gli hanno controllato palmo palmo i documenti fiscali, qualcosa non andava, è partita un sanzione di quelle che si ricordano e lui, l’evasore, ha partorito la vendetta. Ipotesi, dicevamo, anche se sull’origine dolosa del rogo non ci sono dubbi.

Gli inquirenti non lo dicono a chiare lettere, ma lo lasciano intendere e - a dire il vero - senza troppo sottintesi: qualcuno ha appiccato l’incendio che venerdì sera ha devastato lo stabilimento dei finanzieri. Lo pensano i vigili del fuoco, lo pensano gli uomini della finanza che stanno coordinando le indagini, lo pensa lo stesso procuratore capo Aldo Giubilaro. E il motivo è chiaro: uno stabilimento chiuso e le fiamme che si levano dalle cabine. Senza impianto elettrico (da escludere, quindi, il corto circuito), senza condutture del gas, in una serata in cui la temperatura è bassa e l’umidità - del resto siamo in riva al mare - è parecchia. Difficile pensare, quindi, a cause accidentali. O a una sigaretta trasformatasi in torcia: anche ammesso che qualcuno si sia concesso una fumata al mare, di sera, in pieno inverno, un mozzicone - secondo i vigili del fuoco - in assenza di vento non avrebbe certo potuto scatenare un rogo in grado di ardere assi alte 6 centimetri.

E non a caso, forse, il procuratore Giubilaro ammette che «sono in corso le indagini perché ci sono i presupposti per ritenere che l’incendio sia doloso. Anche se - aggiunge - tutte le ipotesi sono al vaglio». Il rogo è il settimo di una lunga lista: dall’incendio al capannone di Erre Erre, nel luglio scorso, la città, dalla stalla del pastore Evaristo a Vergheto, al mare, brucia. Segnali che hanno portato la fondazione Caponnetto a lanciare l’allarme criminalità organizzata.

E, in effetti, Aldo Giubilaro ammette: «L’azione della criminalità non si esclude». Poi disegna un’altra ipotesi, quella - come anticipavamo - più accreditata: «Non possiamo escludere neanche che, a dare alle fiamme lo stabilimento, sia stato qualche contribuente, dopo un accertamento della finanza». Ma le fiamme gialle sarebbero già sulla buona strada: avrebbero in mano elementi utili, in particolare allo stabilimento avrebbero ritrovato un oggetto - il riserbo è totale - da cui potrebbero risalire all’autore del rogo. Anche se nei giorni scorsi non ci sono stati episodi che facessero pensare ad un atto di vendetta e mettessero, quindi, in allarme gli uomini della Finanza.

Venerdì il fuoco è passato all’azione alle 21: un corpo a corpo con i pompieri durato 40 minuti. Il buio ha impedito un accurato sopralluogo. Ieri mattina i vigili del fuoco sono di nuovo a Ronchi per battere palmo a palmo la spiaggia. Non trovano alcun innesco, vale a dire niente che sia stato utilizzato (uno zampirone o un accendino ad esempio) per appiccare le fiamme.

Una traccia - come dicevamo - la Guardia di finanza, però, l’avrebbe trovata e adesso è al lavoro per risalire all’autore del rogo. Le fiamme ardono nel giorno dell’approvazione del decreto Monti, ma i finanzieri escludono qualsiasi collegamento. Forse quindi a qualcuno non è andata giù l’idea di fare i conti - è proprio il caso di dirlo - con una sanzione salata per irregolarità fiscali. A confermarlo saranno le indagini: domani un primo incontro in Procura tra gli inquirenti per fare il punto e vagliare ipotesi e indizi o prove a loro sostegno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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