Sicurezza
Truffa sui fondi europei in tre finiscono a processo
Sott’accusa un commercialista, il titolare di una società di servizi e un tipografo Nel mirino un progetto di domotica mai realizzato per cui erano arrivati i soldi
CARRARA
Un progetto di domotica finanziato con contributi europei, che produsse, secondo l’accusa, soltanto un manuale scaricato da Internet. Una truffa da 190mila euro (188.938 per la precisione) all’Unione europea per cui sono finiti a processo, ognuno con una posizione e un capo d’accusa preciso, il commercialista Paolo Strano (difeso dall’avvocato Luca Pietrini), il titolare della Lev Servizi, Marco Lucchetti, la società stessa, Lev Servizi srl (assistiti dal legale Luca Lattanzi dello studio Baratta), e il tipografo Alberto Mori (difeso dall’avvocato Franco Perfetti). Ieri, davanti al giudice Ferri e al pm Rossella Soffio, si è aperto il procedimento. Il processo è quindi entrato nel vivo con la testimonianza del maresciallo della Guardia di Finanza Erminio Farnioli che ha ripercorso tutta la vicenda terminata, nel febbraio del 2011 con l’arresto del commercialista Paolo Strano (per lui scattò la misura cautelare degli arresti domiciliari).
La vicenda. Il progetto era di quelli all'avanguardia: realizzare un software per il controllo a distanza di elettrodomestici, impianti d'allarme e di riscaldamento. Per finanziarlo, la Lev aveva ottenuto un sostanzioso contributo dall'Ue: 188.938 euro, a fronte di una domanda da 269mila euro, di cui sarebbe stato rimborsato il 70%, senza interessi. Solo che i soldi sono subito stati incassati, mentre il progetto non è mai stato fatto. L'unica cosa che gli inquirenti hanno trovato è un manuale di domotica scaricato da un sito Internet. E per il quale il tipografo Alberto Mori presentò nel marzo del 2007 una fattura di 5mila 572 euro.
Le accuse. Truffa ai danni dell'Unione europea per indebita percezione di finanziamenti pubblici, emissione e utilizzo di fatture inesistenti, falso ideologico. Questi i capi d’accusa. Tutto inizia nel 2008 con un controllo di "routine" sulle aziende che ricevono contributi pubblici. Quando l'attenzione si concentrò sulla ditta carrarese, le fiamme gialle cominciarono a insospettirsi. La società Lev aveva presentato un piano di investimenti per circa 270mila euro, di cui 190mila finanziabili nell’ambito del Fondo europeo di Sviluppo regionale (Fesr), uno strumento finanziario che l'Ue ha attivato per correggere gli squilibri tra le regioni europee. Ebbene, i finanzieri accertarono che la società non aveva mai effettivamente investito quei soldi, ma aveva giustificato le spese con fatturazioni per acquisti di beni o di prestazioni del tutto inesistenti. Gli inquirenti trovarono elementi per sostenere che il commercialista non solo aveva seguito, per conto della società tutto l'iter per ottenere il finanziamento europeo, ma che avrebbe anche contribuito in prima persona alla produzione di fatture ritenute false e a emettere documenti fiscali fittizi. Scoprirono, ad esempio, che buona parte dei soldi ricevuti da Bruxelles (108mila euro) erano stati corrisposti, con 9 assegni da 12mila euro, in cambio di una prestazione evidentemente mai fatta a una società inattiva, la Polaris, e incassati dallo stesso Paolo Strano che ne aveva girato 5mila anche sul conto della moglie. Utilizzando - a insaputa del titolare - timbri della stessa Polaris di cui era stato consulente nel 2004. Una vicenda delicata, su cui ieri il legale Pietrini ha chiesto al maresciallo delle Finanza puntualizzazioni precise, in chiave difensiva.(a.v.)
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