La manifestazione
«Carrara, ritrova la tua identità»
Beniamino Gemignani: e le cave sono di tutti, la politica si dia una mossa
di Cinzia Carpita
CARRARA
Quarant’anni fa Carrara era più vitale di oggi. Lo dice Beniamino Gemignani, storico e profondo conoscitore della città e della sua gente.
«Poi siamo passati ai borghesi senza borghesia e alla classe operaia senza proletariato».
Cosa c’è che non va oggi rispetto al passato?
«Scontiamo gli errori passati sul settore marmo, quelli in urbanistica: è stata distrutta la distribuzione demografica spopolando i paesi montani a vantaggio della zona a mare. Ma ovviamente non voglio fare un ritratto a tinte fosche. C’è anche del buono in questa Carrara. Per capire cosa è accaduto bisogna ripartire dalla Carrara del dopoguerra, dopo il Ventennio tutto ciò che aveva fatto la fortuna di Carrara nei secoli era ancora attuabile, ma mentre altrove i cambiamenti furono a ccettati, qua fu più difficile. I contadini di altri territori come Sarzana andarono a fare altri mestieri. Qui, gli undicimila occupati nel marmo che c’erano prima del fascismo furono espulsi dal settore, stop alla Marmifera, stop ai lizzatori, solo una parte di lavoratori rimasero alle cave. Insomma, fu un cambiamento patito. Dopo la Resistenza fu comunque capito che si dovevano recuperare le virtù e i vantaggi legati al marmo, che esso doveva rimanere il perno dell’attività economica locale».
E venne attuato un percorso virtuale per rilanciare il tessuto economico e sociale?
«Ci furono altri errori. Rimase l’Accademia di belle arti, ma la formazione passò alla Scuola del marmo. E le due istituzioni poi andarono in crisi entrambe. Per quanto riguarda le cave, la ridistribuzione delle concessioni non accadde. Si aggiunsero altri industriali, e per avere il Regolamento degli agri marmiferi si dovette aspettare 40 anni. Nel 1924,una importante dinastia del marmo di Carrara, capì che i sassi dell’escavazione alle cave, erano una ricchezza e cominciò a fare ciò che fa oggi l’Omya, ma i costi erano eccessivi, e la maggior parte degli industriali si dedicò solo all’escavazione dei blocchi. Abbiamo patito l’onta di un’azienda straniera. E , alla fine le istituzioni, i consigli comunali, la Camera di commercio, le associazioni, si accorsero che erano stati fatti errori».
Ma questi errori hanno insegnato qualcosa? Oggi la città è ancora in affanno, il commercio fatica , l’amministrazione litiga con gli industriali del marmo. Si può tornare alla Carrara di 40 anni fa, a cui lei faceva riferimento dal punto di vista della vitalità?
«40 anni fa in centro c’erano bar, pasticcerie, svizzeri venuti qui per aprire attività. C’era una borghesia qualificata, c’erano 8000 cavatori che percepivano la settimana e la quindicina, e il resto delle mensilità, e alle cave arrivavano anche contadini da fuori. Circolava un fiume di denaro e c’erano tante banche. E 40 anni fa non c’erano solo i partiti: quando l’urbanista Piccinato fece il piano regolatore, ci fu però un altro errore. Disse “Tutti al mare”. Qualcuno obiettò che non andavano spopolati i paesi montani, ma al contrario modernizzati, lasciandovi la gente, che invece fu mandata nei Peep al piano, che si popolò eccessivamente. Le minoranze, enti culturali, parte del tessuto sociale che discuteva sui destini di Carrara contrastò questo progetto. Ma poi venne meno questa parte etica di Carrara e sono rimasti solo i partiti».
Oggi però ci sono associazioni e comitati di cittadini che rivendicano una Carrara nuova, e una politica che cerca di dialogare attraverso la partecipazione. E’ abbastanza per poter rilanciare il territorio?
«Per sanare il presente ci vuole una politica intelligente. Ma devo dire che le liste civiche, che sembrano una prova di vivacità politica e sociale, in realtà sono il contrario: non ci sono più punti di riferimento e tutti coloro che hanno ambizioni si mettono nelle liste. Io faccio ricerca storiografica, e negli ultimi quindici anni è stato così. Tutto ciò è a mio avviso segno di decadenza».
Allora: cosa deve fare la politica per l’economia del marmo e per la società carrarese?
«I sindaci come Segnanini, Conti e ora Zubbani, hanno detto agli industriali: “Ma insomma, le cave di chi sono?”. E il compito della politica è di stabilirlo una volta per tutte. La coscienza storica è che la cave sono di tutti. La proprietà comune delle cave, come sosteneva anche Alberto Meschi. Ma il problema non è mai stato affrontato fino in fondo.
E il tessuto sociale? Oggi se si gira nei quartieri, in città e nei paesi, anche se molto è stato ristrutturato, c’è meno gente. Occorre invertire la tendenza, nei paesi montani oggi ci vivono molti studenti anche stranieri che prendono case in affitto, vedi a Torano o a Miseglia. Questo è un fattore positivo di ripopolamento e di decongestionamento del piano e della città. Bisogna ricreare la comunità di paese, e per questo occorrono atti amministrativi ricordandoci come era Carrara 60 o 40 anni fa».
Come vorrebbe vedere Carrara oggi?
«Mi piacerebbe rivedere la gente che incontravo 40 anni fa, quando non c’erano strade deserte alle 8 di sera, quando c’era una pluralità di negozi, quando non c’èra un territorio impoverito da Fossola in su. Oggi nella città c’è una mestizia che fa pena, si sono distrutti elementi di coesione e di attaccamento ai luoghi, si è cambiata la fisionomia della città. Rimpiango l’epoca in cui andando verso piazza D’Armi ammiravo i busti dei personaggi illustri».
C’è una formula magica stando coi piedi per terra?Qual è il messaggio a chi amministra?
«I pochi soldi pubblici a disposizione non spendiamoli per iniziative spettacolari, ma per rifinanziare una cultura diffusa e permanente sul territorio. Si rivaluti la Scuola del marmo, si renda più facile venire a lavorare in città, magari con incentivi. Chi ha la responsabilità politica ed economica deve fare programmi capaci di invertire la tendenza che ha portato alla disordinata distribuzione demografica, che ha rotto e confuso quelle precedenti che si erano consolidate in parte spontaneamente e in parte con illuminate politiche urbanistiche. Carrara deve recuperare la propria identità attraverso luoghi di socializzazione e di integrazione reciproca».
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