Sicurezza
Assindustria dura: la Versilia non metta Carrara alla gogna
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Una veduta di cave 3 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. La Versilia attacca, Carrara risponde. I confinanti sostengono che dalle cave carraresi i blocchi vengono venduti a Cinesi e Indiani, anziché essere lavorati in loco o, come vorrebbero, in Versilia. Replica l'Associazione industriali apuana: «Gli imprenditori del marmo di Carrara hanno il massimo rispetto per i colleghi della Versilia e stentano a credere che abbiano posto la firma in calce a un documento che ha il solo effetto di avvelenare inutilmente il clima». «Il clima interno a un mondo che, - dice Assindustria - ancorché diviso sotto il profilo amministrativo, è piccolo e nel quale non si deve stare da "separati in casa"». Ad alzare la voce è il Gruppo Escavazione dell'associazione industriali: «Ricorrere, come hanno fatto enti ed organizzazioni che vorrebbero dettare le politiche industriali per il settore marmo, a categorie che si basano sulla asserita contrapposizione tra operatori di Carrara e della Versilia è semplicemente un non senso. In realtà, nello sfogo un po' sconclusionato dei sindaci della Versilia, considerazioni ragionevoli (il fallimento dell'esperienza del distretto, l'eccesso di burocrazia del Parco Alpi Apuane) si mescolano con una serie di banalità, come se i problemi complessi del settore trasformazione si potessero risolvere con la bacchetta magica o, peggio ancora, mettendo alla gogna le cave di Carrara». Secondo Assindustria, la globalizzazione dei mercati e l'avanzata dei paesi emergenti «hanno rimescolato tutto il settore e riorientato i traffici del marmo; questo vale per tutte le cave, a Carrara come in Sicilia, a Botticino come in Versilia. Le critiche sulla difficoltà a trovare i blocchi suonano stonate per vari motivi, non ultimo la netta ripresa in atto delle attività locali di trasformazione dei marmi come documentano i dati sul commercio estero che vedono crescere i prodotti trasformati a tassi superiori a quelli dei blocchi». L'associazione sottolinea che «già nel corso del 2010 (dati sulle tonnellate) le esportazioni di lavorati (+11,4% rispetto al 2009) erano cresciute con tassi più sostenuti rispetto a quelle dei blocchi (+8,7%), ma il trend si è accentuato nei primi 6 mesi del 2011 quando a fronte di una riduzione dell'export di blocchi di -11,5%, i prodotti lavorati di marmo si sono inerpicati con un netto +7,3%. Questo, peraltro, è un dato in controtendenza rispetto all'andamento nazionale, segno che suona un po' come prodromo di una riorganizzazione del settore». Viene aggiunto che «il notevole sviluppo di mercati come India e Cina certamente ha dischiuso opportunità per le produzioni di cava legate soprattutto all'interesse di questi paesi per prodotti di qualità inferiore, che non trovano sbocchi mel distretto. Invece di prendersela con i mulini a vento, lavoriamo insieme per creare le condizioni che rendono di nuovo competitiva la trasformazione locale dei materiali più problematici e per rendere omogenee, in modo favorevole alla concorrenza e alla circolazione delle professionalità, le condizioni tra le due sponde del distretto: contratti di lavoro, pratiche semplificate, armonizzazione della tassazione e dei costi di trasporti, gestione rifiuti, formazione, innovazione organizzativa e tecnologica». Queste sarebbero le cose «che dovrebbero porre in cima alla propria agenda enti e organizzazioni che vogliono bene al settore e vogliono mettere mano a un disegno di politica industriale per rilanciarlo».
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