Il dolore
Scienziato con le Apuane nel cuore
Fabrizio Palagi
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Lo staff con cui Francesco Bifari (quinto da sinistra) lavora alluniversità di Verona Il ricercatore Francesco Bifari ha trascorso l'infanzia a Campocecina
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CARRARA. Lavora come ricercatore all'università di Verona, specializzato nel settore delle cellule staminali, ma il suo cuore è sempre vicino alla città in cui è cresciuto dopo esservisi trasferito giovanissimo assieme alla famiglia. Francesco Bifari, 35enne laureato in medicina, con una specializzazione in endocrinologia e un dottorato di ricerca, dall'età di 13 anni ha lasciato l'ombra delle Apuane per tornare nel nord Italia assieme alla sua famiglia. Un periodo felice e intenso, quello trascorso tra Carrara e Campocecina, località montana dove i genitori hanno gestito il rifugio del Cai. «Sono arrivato a Carrara molto piccolo, cioè da quando i miei genitori hanno scelto di cambiare vita e trasferirsi dagli uffici di Milano ai monti delle Apuane - racconta Francesco Bifari - babbo e mamma sono stati per anni (e io con loro) i gestori del rifugio Cai di Carrara a Campocecina. Durante questo periodo ho frequentato le scuole elementari Marconi a Grazzano con la maestra Isabella Mariani. Il contatto con la natura delle Apuane, con i luoghi delle cave e con i personaggi incontrati in quegli anni (alpinisti, pastori e soci del Cai) mi hanno dato una forte spinta che ha stimolato la curiosità e la concretezza necessari per fare il ricercatore. Porto sempre con me le esperienze di quei bellissimi giorni che ora mi aiutano e mi danno la forza per continuare questo difficile e ambizioso progetto di ricerca. Sento ancora le emozioni di quando facevo lunghe passeggiate con i miei cani e di quando la neve era così alta che si rimaneva isolati dal mondo. Ricordo con affetto le parole dei pastori Egisto e Santina che, dandomi fantastiche tazze di ricotta, mi spiegavano come dallo stomaco si ricavasse il caglio. Poi l'indimenticabile schiacciata del forno di Castelpoggio, mangiata la mattina presto mentre andavo a Carrara a scuola. Fortunatamente rimango ancora legato a questi bellissimi posti perchè ho spesso l'occasione di tornare a Carrara a trovare i miei genitori che hanno un ristorante ad Avenza, la trattoria I Platani». Ora Francesco Bifari vive a Verona con la moglie e due bambine di 2 e 4 anni: con la consorte, Ilaria Decimo, divide anche il progetto di ricerca sulle cellule staminali, accentrando il lavoro sullo studio delle meningi «una nuova fonte di cellule staminali che si attivano nella lesione del midollo osseo» afferma il ricercatore. Il progetto. «Le meningi, ossia la membrana che avvolge il sistema nervoso centrale - precisa Bifari - sono una potenziale fonte di cellule staminali che si attivano in seguito a un trauma del midollo spinale. Lo ha dimostrato per la prima volta una ricerca internazionale guidata da ricercatori dell'università di Verona. I risultati, pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica "Stem Cells", aggiungono un importante tassello nella comprensione degli eventi che l'organismo mette in atto in risposta alle lesioni traumatiche e, più in generale, a quelle causate da malattie neurodegenerative». I protagonisti. Questi risultati sono il frutto dell'impegno di un team internazionale guidato appunto dai giovani ricercatori dell'università di Verona, Ilaria Decimo e Francesco Bifari. Nella ricerca sono stati coinvolti i laboratori di "farmacologia" e di "ricerca sulle cellule staminali" dell'università di Verona, diretti rispettivamente da Guido Fumagalli e da Mauro Krampera, e i laboratori di Francisco Javier Rodriguez, dell'ospedale nazionale per paraplegici di Toledo e di Marina Sciancalepore dell'università di Trieste. La ricerca è stata sostenuta in parte da Galm, il Gruppo di animazione lesionati midollari di Verona in collaborazione con Faip (Federazione associazioni italiane paratetraplegici). La ricerca. Lo studio è focalizzato sulla lesione traumatica del midollo spinale, evento frequente e che può portare alla paralisi completa della persona, con esiti drammatici per la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie ed elevate esigenze di assistenza sociale e medica. Le ridotte capacità di recupero successive al trauma indicano quanto modeste siano le capacità del midollo spinale di rigenerare. In questo contesto la dimostrazione della presenza nelle meningi di cellule staminali, le cellule che assicurano la rigenerazione dei tessuti, assume un significato importante. I risultati. «La nostra ricerca evidenzia il ruolo delle cellule meningi nella reazione al trauma del midollo spinale e indica per la prima volta che le meningi del midollo spinale sono una nicchia di cellule staminali - spiega Bifari - ulteriori ricerche sono in corso e ci auguriamo di riuscire ad aprire nuove prospettive per il trattamento delle malattie neurodegenerative, incluse quelle indotte da traumi del midollo spinale».
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