Il Tirreno

Mortalità aziendale, dati choc

Cinzia Chiappini
Una ditta artigiana
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Una ditta artigiana

Confartigianato: ecco perché hanno chiuso 1.910 ditte in 18 mesi

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CARRARA. Scarsa redditività, elevata pressione fiscale, ritardi nei pagamenti, eccessiva concorrenza e ancora, vincoli burocratici e difficoltà con il sistema bancario, soprattutto per l'accesso al credito: e così le aziende finiscono per chiudere. Uno studio sulle motivazioni principali che spingono alla chiusura le aziende della nostra provincia è stato effettuato da Confartigianato in collaborazione con la Camera di Commercio, ed ha coinvolto 247 imprese artigiane del nostro territorio, impegnate in diversi settori e dislocate, in modo omogeneo tra la Lunigiana e i comuni di Carrara, Fosdinovo, Massa e Montignoso.  Attività, quelle coinvolte nello studio, selezionate in modo casuale tra le 1910 imprese che hanno chiuso i battenti tra il 2010 e i primi sei mesi del 2011, in una vera e propria strage, che ha fatto registrare una nuova preoccupante impennata nel tasso di mortalità aziendale della nostra provincia.  In tutto il territorio di Massa-Carrara nel 2010 hanno chiuso i battenti 1458 aziende, a cui nei primi sei mesi del 2011 se ne sono aggiunte altre 452.  Secondo il quadro che emerge dallo studio di Confartigianato, si tratta per lo più di attività giovani, con meno di 20 anni di vita: il periodo più a rischio resta quello del primo triennio, nel corso del quale chiude oltre un terzo di coloro che dismettono la propria impresa. Altro fattore determinante, secondo l'indagine, la dislocazione sul territorio provinciale che vede le imprese dei comuni di costa più esposte al pericolo chiusura: il 66 per cento delle aziende cessate negli ultimi 18 mesi era infatti situato sulla zona del litorale, il 34 per cento in Lunigiana. Tra i tratti salienti dell'identikit di queste imprese c'è poi uno scarsissimo uso di internet per la gestione delle attività (il 72 per cento di chi ha chiuso non usava il web), il ricorso al licenziamento di parte del personale nei tre anni prima della cessazione (per il 58 per cento) e un utilizzo dei supporti pubblici (bandi, agevolazioni, sportelli e strumenti di sostegno messi a disposizione dagli enti) a dir poco esiguo, con addirittura il 92 per cento delle aziende cessate che non ha mai usufruito di questi sostegni. Ma quali sono i fattori che hanno portato alla chiusura di queste attività? La risposta varia a seconda dei punti di vista: secondo una valutazione "oggettiva" delle cessazioni, in cima alla lista dei "killer" delle aziende apuane ci sono gli scarsi guadagni (42 per cento), seguiti dall'impossibilità di sopportare la pressione fiscale (38%), dai ritardi nei pagamenti (35%), dall'eccessiva concorrenza (33%) e ancora i vincoli burocratici (26%) e le difficoltà con il sistema bancario (24%), soprattutto per l'accesso al credito (25%) a cui si aggiungono altre motivazioni, come ad esempio un 30% di imprenditori che ha chiuso i battenti per raggiunti limiti di età. Un elenco di cause che cambia, quantomeno nell'ordine delle priorità e in parte anche nelle singole voci, se a rispondere sono i diretti interessati, ovvero gli imprenditori: il 43 per cento di loro ritiene di aver subito un colpo determinante dalla crisi economica di questi anni, mentre la "classifica" dei motivi della cessazione vede al primo posto i vincoli esterni, ovvero tutte quelle norme e quegli oneri a cui devono sottostare le aziende e che distolgono sempre più i titolari dall'attività vera e propria. Al secondo posto c'è la complessità degli adempimenti a cui sono chiamati gli imprenditori e solo al terzo la scarsa redditività (una voce che nella valutazione "oggettiva" delle chiusure compariva al primo posto). Lo studio ha poi previsto una serie di domande specifiche sul rapporto tra imprese e gli enti locali, da cui arriva una piena promozione per Camera di Commercio e Associazioni di Categoria, una sufficienza per l'operato di comuni e banche e una bocciatura per Regione e Provincia.

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