Il Tirreno

Quando Michelangelo rischiò la vita per la lizza

Una immagine d’epoca della lizzatura (collezione privata Cesare Del Giudice)
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Una immagine d’epoca della lizzatura (collezione privata Cesare Del Giudice)

Lo storico Bernardo Fusani scova le testimonianze nelle lettere dell'artista

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 CARRARA. "È stata maggior cosa che io non stimavo a collarla giù: eccissi fatto male qualcuno nel collarla, e uno ci s'è dinocolato e morto subito, e io ci sono stati per rimettere la vita". Così scriveva Michelangelo Buonarroti in una lettera da Seravezza dell'agosto 1518 a Berto da Filicaia mediatore del committente Iacopo Salviati (banchiere e uomo politico fiorentino, marito di Lucrezia de' Medici, cognato del futuro pontefice Leone X). È lo studioso carrarese Bernardo Fusani ad avere scovato questa "chicca" storica sulla lizzatura.  Il principio era quello di utilizzare al massimo il peso proprio del blocco lungo un ripidissimo pendio di rottami di marmo, risparmiando in tal modo la forza di trazione necessaria al suo spostamento. Si sistemava quindi il blocco su di una specie di slitta, detta la liza, costituita da due oppure tre tronchi d'albero di legno forte (il leccio più adatto per i tratti pianeggianti, il faggio più adatto per i tratti in discesa), spianati inferiormente, con l'estremità anteriore un po' ricurva verso l'alto, di lunghezza variabile, a seconda delle esigenze, sui quali viene imbracato il blocco. La liza viene fatta scivolare su apposite traverse di legno unte di sapone e di sego e la sua discesa veniva regolata da funi di canapa, successivamente da cavi d'acciaio che da un lato erano legate alle imbracature della liza, dall'altro legate ai piri (robusti pezzi di tronchi d'albero piantati nella roccia), e venivano mollate gradualmente in modo che lo scorrimento fosse lento e sicuro, dato il forte pendio e le asperità che di solito caratterizzavano le vie di lizza.  Il trasporto mediante lizza, durò fino a tutto il periodo tra le due guerre, poteva essere effettuato anche in pianura, specialmente se i blocchi erano di dimensioni colossali: era una liza di dimensioni più grandi che veniva trainata da una lunga fila di buoi. Quando una fune o un piro mollavano improvvisamente, era la catastrofe, il blocco di marmo - da 10 a 20 tonnellate - schiacciava gli operai addetti a sorvegliare l'avanzata della lizza. Anche Michelangelo - ricorda Bernardo Fusani - sfuggì due volte alla morte, per la rottura di una fune, come è riportato nel volume di Milanesi "Le lettere di Michelangelo Buonarroti coi ricordi ed i contratti artistici", Firenze 1875, pag. 394. Questo sistema, la lizzatura, si ritrova tanto nell'Istria durante il rinascimento, che nell'antica Grecia; grazie al cavalier Raffaello Raffaelli e alla sua monografia storica ed agraria del circondario di Massa e Carrara compilata fino al 1881, veniamo a sapere che in quella data i buoi destinati al tiro dei marmi erano ancora seicento nonostante qualche anno prima fosse stata inaugurata la ferrovia marmifera utilizzata appunto per il trasporto dei marmi.

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