Gioco
«Abbiamo paura del racket», denunce anonime in procura fanno scattare l'allarme pizzo
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Il procuratore capo Aldo Giubilaro Dopo il rogo doloso al pub Regina di cuori cresce l'attenzione Le forze dell'ordine a caccia di prove, ma manca la collaborazione
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MASSA. Esiste il racket a Massa? La risposta, a giudicare dagli ultimi espisodi che stanno avvenendo soprattutto a Marina, sembra proprio sì. In particolare l'ultimo, quello dell'incendio davanti al pub Regina di cuori, ha tutta l'aria di essere un avvertimento da parte di qualcosa che se non è assomiglia molto alla criminalità organizzata. Il procuratore capo Aldo Giubilaro, però, frena: «In questo momento non ci sono certezze né che si tratti di racket né che si tratti di altro». Ma non è soltanto l'incendio di via Pisa a inquiterare. È l'atmosfera. Alimentata da tutta una serie di lettere anonime che stanno arrivando in procura, alle forze dell'ordine e anche ai giornali. Sono arrivate anche nella nostra redazione, ma non essendo firmate non le pubblichiamo. Basta però questo per far capire qual è in clima. Ci si lamenta delle richieste di pizzo e una una giugla di microcriminalità che sta tentando sempre più di alzare la cresta. Segnale pericoloso che gli inquirenti non sottovalutano. Un anno fa il procuratore generale Luciano Di Noto aveva scelto proprio Massa per dare l'allarme cosche. Il magistrato aveva convocato i vertici delle istituzioni spezzine e apuane per raccomandare di tenere gli occhi ben aperti soprattutto ad alcune famiglie calabresi. La procura Antimafia del capoluogo ligure aveva fatto un punto della situazione sia con i presidenti di tribunale sia con le procure per impedire alla criminalità organizzata di entrare nel tessuto socioeconomico del territorio. Troppi i sentori che la malavita organizzata -'ndrangheta soprattutto - sia prossima a mettere le mani su un'economia ferita da una crisi devastante: «Se riescono a infiltrarsi nelle imprese poi diventerà un cancro impossibile da sconfiggere», aveva detto chi ha partecipato alla riunione. Da allora sia i carabinieri sia la questura - e in particolare la squadra mobile - hanno cominciato a tenere d'occhio alcuni soggetti in odore di mafia che gravitano in queste zone. Un anno fa quello di Di Noto sembrava un allarme forse esagerato, «ma questi ultimi episodi ci fanno pensare che stiano tendando di radicarsi nel nostro territorio», dice uno degli inquirenti che aveva partecipato alla riunione.
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