Il dolore
«Dopo un mese nessuno si ricorda di noi»
Chiara Sillicani
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Andrea Cella e una immagine di Aulla dopo lalluvione del 15 ottobre scorso I familiari dei due morti nell'alluvione: non deve calare il silenzio, vogliamo giustizia
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AULLA. Le lacrime rimangono sospese, non scendono dai grandi occhi azzurri. Simonetta Fiorentini non permette che il pianto vinca la lucidità, la decisione. Condensa la rabbia in poche parole, pesanti come macigni: «Questo è stato il mese delle beffe». Delle frasi non pronunciate, delle telefonate mai fatte, dell'aiuto mai dato. L'alluvione si ferma ad Aulla, la travolge, distrugge e si porta via due vite: «Eppure nessuno fa nulla». Ma Simonetta al silenzio dice no perchè l'acqua si è portata via sua madre, Enrica Pavoletti. Prigioniera di un'auto che la corrente ha trascinato come un ramoscello: «Nessuno ci ha aiutato a cercarla, non c'erano neppure i generatori per garantirci un minimo di luce, abbiamo riconosciuto la sua auto, capovolta, alle due e mezza del mattino». A cercare Enrica c'era anche Samantha, la figlia di Simonetta: a 18 anni ha fatto i conti con la tragedia, con l'incomprensibile destino che si è portato via sua nonna. Adesso Simonetta ripete una parola sola: «Giustizia perchè perdere un affetto è il dolore più grande», perchè sua madre, 78 anni, «era piena di vita». Allegra anche quel pomeriggio: Simonetta le telefona, un giorno come tanti, e lei le risponde. Due chiacchiere tra madre e figlia, poi ciascuna torna al proprio lavoro. Sono le 16, tre ore dopo Enrica non c'è più: «Non lo accetto, non trovo pace, non c'è un perchè». Non lo trova lei, adulta, non lo trova neanche la piccola nipotina di Claudio Pozzi (60 anni), non accetta l'idea che il nonno sia volato via. Era con lui quel pomeriggio, Claudio è sceso in cantina a prendere una bottiglia di vino e non è più risalito. Ha gridato: sua moglie, sua figlia e la piccolina lo sentivano. L'acqua risaliva, non potevano correre a salvarlo. La disperazione dell'impotenza. Non hanno ancora il coraggio di raccontare, di ricostruire. Eppure «Dio c'era quel giorno»: Andrea Cella, genero di Claudio, ne è convinto. È lui a parlare a nome di tutta la famiglia. «C'era - ripete, cercando gli occhi di Simonetta - io l'ho visto nella gente che accorreva a salvare sconosciuti, c'era davvero - come un ripetere silenzioso nella mente - ma non per noi». Non c'è comprensione «perchè quelle morti erano - Andrea scandisce bene l'aggettivo - evitabili». Lo erano perchè «l'amministratore del condominio in cui viveva mio suocero ha chiamato il Comune, chiesto al sindaco di guardare il fiume, preteso rassicurazioni, ma gli è stato detto che non c'erano pericoli. Ora mia figlia non ha più il nonno». Tra l'emozione, la rabbia e i sentimenti più immediati, si fa spazio la concretezza, la volontà, un mese dopo, di guardare la tragedia con razionalità: «I responsabili sono tanti - Andrea lo dice senza remore - l'evento è stato sottovalutato, gli amministratori - ripete - hanno responsabilità». Lui, il ragazzo che ha scritto una lettera alla stampa e chiesto che al funerale del suocero non ci fossero uomini delle istituzioni, rimane sulle sue posizioni: «In questa vicenda la politica non deve entrare in gioco. Le istituzioni hanno espresso la loro vicinanza solo chiedendo di sedere in prima fila, nel momento del dolore più forte. Non lo abbiamo accettatto». È passato un mese e il telefono in casa Pozzi e Pavoletti è silenzioso: «Nessuno ci ha più chiamato, nessuno si è fatto sentire, nessuno ci ha chiesto come stiamo». Simonetta pensa al fratello Graziano, lui ha visto l'acqua inghiottire la macchina, portarsi via sua madre: «È disperato, si addossa responsabilità che non ha, ha fatto l'impossibile per salvare nostra madre, ha rischiato lui stesso la vita. Ma Per lui neanche un pensiero». Gli esempi danno concretezza al suo sfogo: «Una compagnia telefonica ha regalato cellulari agli alluvionati, alla mia famiglia e a quella di Claudio nemmeno uno. Si dimentica in fretta. Tutti in questa tragedia hanno perso qualcosa, un'intera città è stata distrutta - poi lo sfogo più grande - ma mia madre non era un'auto». Enrica e Claudio non ci sono più e chi li ha amati e li ama vuole sapere «perchè» e chiede che i telefoni tornino a squillare.
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