Sicurezza
«Il tempo non oscuri» L'appello di Don Turini per non dimenticare mai
Chiara Sillicani
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OLIVOLA SALUTA ENRICA. Il funerale di Enrica Pavoletti ieri pomeriggio 3 MINUTI DI LETTURA
AULLA. Il dolore traccia un filo, segna una continuità, unisce la chiesa del Groppino, nel cuore di Aulla, al piccolo paesino di Olivola, arroccato sulla collina sopra Serriciolo. La vita di Claudio Pozzi (60 anni) e quella di Enrica Pavoletti (78) si incontrano: l'acqua se li è portati via, adesso un'intera comunità li ricorda. Non le istituzioni, ma le persone comuni, chi si è trovato nel fango. Così hanno voluto le famiglie: niente forma, solo ricordo. Anche se, viso tra i visi, c'è Aldo Giubilaro, procuratore capo: è lì da uomo e da cristiano «per dare testimonianza che io sono dalla parte dei più deboli, di chi subisce», delle persone comuni. Sono le 10,30 e nella chiesa del Groppino non si entra più: qualcuno ha ancora gli stivali ai piedi, ha lasciato le pale per piangere. I colleghi di Claudio, con il giubbino catarifrangente di chi lavora in autostrada, si caricano in spalla la bara del loro compagno. Katia non ce la fa ad alzare lo sguardo: l'acqua si è portata via suo marito, lei è immobile. Tenta di nascondere il dolore dietro gli occhiali scuri, stretta alla figlia Simona. Disperate e contenute nel loro dolore, quel dolore che «la solidarietà umana non può guarire completamente, che solo Dio - le parole sono di Don Giovanni Perini - può aiutare a superare». Rimane l'assenza nelle parole accorate dei colleghi di Claudio, nel loro grazie gridato dall'altare, all'uomo, al collega, al sindacalista: «Povero Claudio, stava per andare in pensione» ma non aveva perso l'animo del lavoratore, pronto a sostenere le battaglie sindacali, lui che era iscritto alla Uil «sempre dalla parte dei colleghi», colpito da una morte assurda, portato via dal fiume che amava: «Pescatore, uomo dei boschi, cercatore di funghi e tartufi», ma la natura lo ha tradito. «Una morte assurda - la chiamano i colleghi di Claudio - e se dietro tutto ciò ci fosse l'incapacità umana, allora capirla sarebbe ancora più difficile». Difficile pensare che un uomo muoia perchè sceso in garage, travolto dall'acqua, che un'anziana, con il cagnolino stretto tra le braccia sia portata via dalla corrente. Eppure Claudio ed Enrica se ne sono andati così. Ultimo saluto ad Enrica. E Aulla piange, in un dolore condiviso, che arriva tra le viuzze di Olivola, sulle colline, a pochi passi da Serricciolo. Sono quasi le 15 e un intero paese esce di casa. Si ritrova in chiesa: un saluto collettivo ad Enrica Pavoletti, alla donna, alla mamma. Un modo per non dimenticare, perchè «ferite così - parole di Don Roberto Turini - non si riemarginano, difficile anche per le istituzioni, chissà che non aspettino il tempo. Che porta fumo. Noi siamo qui perchè ci vogliamo bene». E per dare conforto ai tre figli di Enrica (Graziano, Maurizio e Simonetta). A loro arriva anche il sostegno del vescovo: il parroco Don Roberto Turini ha chiesto a Monsignor Santucci un pensiero. E lui, non potendo essere presente, lo ha tradotto in una lettera. Per ricordare che «le mamme non muoiono mai, ma diventano consolatrici. Verranno i giorni della ricerca delle responsabilità, ma adesso è il momento dell'intimità». Perchè - le parole di don Roberto Turini sono forti - «magari ci siamo interrogati, magari abbiamo visto responsabilità, ma non tocca a noi cercarle, a noi tocca soffrire». Di fronte alla potenza della natura, quella potenza che Davide ha conosciuto mille anni prima di Gesù e ha tradotto in un salmo: «Alzano i fiumi la voce, ma più potente della voce delle acque è il Signore». Aulla e Olivola piangono e tremano: alzano gli occhi al cielo. Di nuovo minaccia pioggia.
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