La protesta
Una madre: «Per aiutare mio figlio disabile vendo anche la casa»
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Foto di archivio: una madre disperata3 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. «Sono la mamma di un ragazzo diversamente abile di 41 anni. Vedova da due anni, completamente sola ad affrontare la battaglia per ottenre una maggiore assistenza. Sono disperata e prossima alla depressione». Una vita ad accudire un figlio «disabile al 100 per cento» dalla nascita, un figlio che ama tantissimo. Ma dopo la morte del marito, l'unico aiuto che la donna ora ha, sono «3 ore giornaliere due volte la settimana di un assistente sociale, che porta fuori il ragazzo». Per se stessa non vive più, ha cancellato le proprie necessità, e a 62 anni sente il peso psicologico di questa condizione. La donna, vive, fra la pensione del merito, la sua e l'integrazione per l'"accompagnamento" del figlio, con 1.100 euro mensili, e con questa entrata non può permettersi un'assistenza privata. «Ho perfino messo in vendita la casa a Bonascola, frutto di sacrifici miei e di mio marito, ma in questi tempi di crisi, chi la compra? Se almeno avessi qualche possibilità economica in più...». Enrica Malatesta, racconta dignitosamente la sua storia, affidata a una lettera e alla sua diretta voce. Ha fretta di tornare a casa, dove ha lasciato un figlio di 41 anni, autosufficiente fra le mura domestiche ma, specifica, fino a un certo punto. Chiede ai servizi sociali di potenziare le ore di assistenza a suo figlio, o di accoglierlo in un centro ad hoc che c'è a Fossola, o in altra struttura idonea. «Un anno fa è stato fatto un progetto di avvicinamento a un centro approvato dai medici; non è mai partito. Giorni fa quando per l'ennesima volta ho contattato le assistenti sociali in merito, mi è stato detto che dovevano ancora decidere se il centro è adatto o meno a mio figlio». Il suo non è un atto di accusa ai servizi sociali, ma un disperato appello. «Lotto per ciò che ritengo un diritto, - dice - - per usufruire di centri, di operatori, di tutto ciò che possa aiutare a migliorare la quotidianeità di mio figlio, la sua vita (secondo uno psichiatra deve socializzare) e aiutare me ad avere un po' di respiro». Racconta che anni fa, quando era ancora vivo il marito, il figlio era stato per qualche cempo nel centro di assistenza di Fossola. Ora che non ha più il consorte a dividere con lei tutto quello che c'è da fare per il figlio, si sente mancare l'ossigeno. «Ho un altro figlio, ma ha la sua vita e desidero che la viva». Una scelta di madre. «Sono ridotta allo stremo. In agosto non abbiamo avuto l'operatore socio sanitario di Apuafarma, ed è stato un mese duro. Poi mio figlio ha avuto problemi di salute ed è stato ricoverato per un po' in ospedale. Ora vorrei che fossero almeno aumentate a da 6 a 9 settimanali le ore di assistenza domiciliare. Ma spero soprattutto che si aprano per mio figlio le porte di quel centro a Fossola. Credetemi - dice con gli occhi supplicanti che trapassano chi le sta davanti, e con una mano sul cuore - io non ce la faccio proprio più».
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