Proteste
Maxirisarcimento da record: 30 milioni
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L’avvocato Giancarlo Lattanzi e sopra una moscheaIl caso della moschea in Iraq, le banche Unicredit e Bnl condannate a pagare
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CARRARA. Un risarcimento danni davvero da record, quello stabilito in questi giorni dal Tribunale di Massa - giudice dottoressa Antonella Dragotto - in favore dell'imprenditore del marmo Paolo Dazzi: complessivamente, trenta milioni di euro (16,4 milioni di danno patrimoniale, il resto rivalutazione e interessi legali) che le banche Unicredit Spa e Banca del Nazionale del Lavoro Spa dovranno versare, in solido, per una vicenda collegata alla nota querelle della mega-commessa da 50 milioni di dollari per costruire una colossale moschea in Iraq, commessa saltata a metà anni '90 per l'embargo decretato nell'agosto 1990 dalla comunità internazionale nei confronti dello Stato Iracheno e per lo scoppio della prima guerra del Golfo (gennaio 1991). Una storia di oltre vent'anni fa, ma che continua a far pesare i suoi effetti: l'embargo susseguente alla guerra nel Golfo impedì alla ditta carrarese Dazzi Pietro fu Enrico di realizzare l'opera nel Paese di Saddam Hussein (avrebbe garantito lavoro per sei anni); la Banca di Roma spa - oggi Unicredit spa - negò la presenza di fondi riconducibili all'Iraq (in particolare al Ministry of Planning, firmatario della commessa), e l'azienda di marmi fallì (gennaio del 1999). In tutti questi anni, la famiglia di Paolo Dazzi - figlio ed erede di Pietro Dazzi, deceduto nel 2002 - ha cercato di far valere le sue ragioni: quella maxi-commessa prevedeva per l'Iraq un impegno ad un pagamento di 10 milioni di dollari per il lavoro svolto ed anche quale anticipo sulla prima tranche di fornitura, soldi che avrebbero potuto quantomeno coprire i costi della provvigione di materiale avviata dalla ditta carrarese. Fin dall'inizio, nella convinzione che l'Iraq avesse delle provviste di denaro negli istituti bancari italiani, i Dazzi intentarono una procedura esecutiva per recuperare la somma attraverso una procedura espropriativa nelle forme del cosiddetto "pignoramento presso terzi", sia verso la Banca di Roma Spa (oggi Unicredit Spa) che verso Bnl Spa, procedura espropriativa presso terzi azionata per entrambe le Banche presso la sede legale generale di Roma; ma entrambe le banche dissero che non vi erano fondi riconducibili all'Iraq. Il tempo passa: la ditta Dazzi Pietro fu Enrico, come detto fallisce, la famiglia Dazzi fa opposizione al fallimento (la causa è sempre ad oggi sub-judice), ottiene nel dicembre 2005 un primo riconoscimento, con il pagamento di una tranche di circa 12 milioni di euro da parte di Unicredit Spa, ma non si ferma: chiede anche le somme residue, sempre a titolo di risarcimento danni, su base capitale ed anche i danni patrimoniali. Con quel primo provvedimento del tribunale, incassato nel mese di marzo 2006, Paolo Dazzi liquida tutti i creditori del fallimento, e quindi il fallimento si chiude "in bonis" (complessivamente, il debito era di circa 7,5 miliardi di vecchie lire nel 1999 "lievitato", poi, per il procrastinarsi della procedura fallimentare, a circa 4,5 milioni di euro nel dicembre 2006, momento della chiusura della procedura per l'avvenuto pagamento, da parte di Paolo Dazzi, di tutti i creditori insinuati al passivo del fallimento per capitale, interessi, spese e di tutte le spese di giustizia). Ma le somme in ballo erano ingenti: tanto che oggi si arriva alla sentenza di risarcimento danni da record. In dettaglio, il danno riconosciuto è di 16 milioni e 438mila euro (che corrisponde più o meno ai 17 milioni di dollari Usa vantati a fine anni 90, quando il cambio corrispondeva a 34 miliardi di lire), si arriva a circa trenta milioni con rivalutazione e interessi legali, soldi che dovranno pagare in solido due colossi come Unicredit Spa (che è subentrata a Banca di Roma Spa) e Bnl Spa. Ai trenta milioni devono essere sottratti i circa dodici già pagati nel 2006. In questa causa, Paolo Dazzi era assistito dagli avvocati Giancarlo Lattanzi di Carrara, e dal prof. avv. Claudio Cecchella di Pisa, docente di Procedura Civile presso l'Università degli Studi di Pisa. «Questa sentenza - commenta l'avvocato Lattanzi - finalmente fa chiarezza e giustizia: eravamo certi di un giudizio positivo, perché la perizia del professor Bruno Rossignoli, consulente nominato nel 2006 dal tribunale, non lasciava dubbi, i soldi nelle banche erano presenti fin dal 1990, quindi le banche non avrebbero dovuto negarli negli anni 1999-2000 nell'azione esecutiva iniziata dalla Pietro Dazzi in bonis e poi proseguita dalla subentrata curatela del fallimento Pietro Dazzi. Se avessero pagato subito, il fallimento sarebbe stato revocato immediatamente, e invece Pietro Dazzi è, nel frattempo, deceduto senza poter assistere a questo successo. Ovviamente - aggiunge - depositeremo l'originale della motivazione della sentenza nel procedimento penale in corso a Torino». Come si ricorderà, lo stesso avvocato Lattanzi, insieme all'avvocato Rinaldo Reboa, Paolo Dazzi, l'avvocato Laura Donatiello e Ada Ruffini sono imputati di bancarotta post-fallimentare per distrazione per il fallimento della ditta Dazzi Pietro fu Enrico. Un paradosso: qui la Unicredit Spa è condannata a pagare una quindicina di milioni, a Torino è parte civile. «Intanto - aggiunge l'avvocato Lattanzi - questa sentenza civile ci riabilita nel senso che dimostra senza ombra di dubbio sia l'esistenza di quei soldi sia la bontà dei procedimenti da noi avviati e portati avanti».
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