Il Tirreno

«Siamo in tante e tutte indignate»

Claudio Figaia
«Siamo in tante e tutte indignate»

Perché in piazza? Voci e storie di impegno in rosa (e non solo)

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MASSA. Si salutano sorridenti incrociandosi nella piazza piena di bandiere rosse; chiacchierano di figli, scuola, cucina. E scioperano. Sono le donne della Cgil. Tante quelle in corteo ieri mattina: soddisfatte di ritrovarsi insieme, certe di avere fatto «cioò che si doveva fare». Cioè di scendere in piazza contro la manovra finanziaria, contro il governo Berlusconi. Anche se non è proprio una passeggiata: scioperare vuol dire, anche, perdere un giorno di salario e, magari, mettersi contro il capo che le preferiva tutte al lavoro, sopportare il velato dissenso dei colleghi costretit a fare anche la loro parte, perchè la produzione non si ferma. «Certo, per me è un sacrificio rinunciare a una giornata di lavoro. Ma è giusto essere qui. i diritti vanno difesi». Non ha dubbi Donatella Gabrielli, fazzoletto rosso della Cgil sulle spalle e capelli (quasi) atrettanto rossi. Donatella e delegata sindacale nella cooperativa in cui lavora, la Porte Aperte, che fa lavori di pulizie al Cardinal Maffi. E racconta di condizioni di lavoro sempre più precarie.  «Nel giro di tre anni i contratti sono scesi da 23 a 16 ore settimanali, con conseguenti decurtazioni dello stipendio. Vivo con 470 euro al mese, le pare che non dovrei indignarmi e scendere in piazza contro questa manovra? E se non lo faccio adesso, quando dovrei farlo?»  Ray-Ban a goccia, abitino marrone, capelli tirati all'indietro, Daniela Mangiacotti sembra una giovane signora borghese. È, invece, una pasionaria del sindacato. Dipendente della Argol, impresa di logistica che lavora in appalto per Nuovo Pignone, iscritta alla Cgil, Daniela conosce bene i meccanismi del mercato del lavoro.  E accusa: «Anche se Pignone una multinazionale solida e con gigantesche commesse, a ogni rinnovo di appalto dobbiamo ri-contrattare i nostri diritti, difendere con i denti condizioni di lavoro decenti. Intanto, anche questa manovra colpisce sempre gli stessi: pensionati, lavoratori, fasce di reddito più basse». Conseguenza: «Per noi è sempre più dura. Io vivo con i genitori pensionati e una figlia, ho due fratelli disoccupati... le crisi noi la sentiamo davvero».  Maura Antonioli, educatrice di asilo nido, ex segretaria della Filcams Cgil, è sulla stessa linea: «I costi della crisi li fanno pagare agli enti locali tagliando i trasferimenti dello Stato. E i Comuni li scaricano, inevitabilmente, sui cittadini. Riducendo i servizi o facendoli pagare di più agli utenti. Nei nidi del nostro Comune, ad esempio, noi educatrici siamo sempre meno, se una di noi si ammala, salta subito il rapporto numerico previsto bambini-educatrici, diventa difficile, impossibile fare il nostro lavoro. Ma per aumentare il personale mancano risorse e l'unica alternativa è aumentare le rette. A carico delle famiglie. Insomma, se devono tagliare, tagliano sempre sugli stessi».  Maglietta rossa con una Mafalda che grida "basta!" Giulia Nicoletti è impiegata nell'apparato amministrativo della Cgil provinciale. «Ma io stamani in piazza non ci sono per dovere d'ufficio. Sono qui perchè è necessario farci sentire. Ho un compagno che è stato in mobilità per un anno, per noi lavoratori dipendenti è difficile tirare avanti. E questa manovra, con l'attacco alle pensioni, ai servizi sociali, invece di aiutare le persone a reddito più basso ci fa sentire ancora di più gli effetti della crisi. Bisogna stare con la Cgil, l'ultima forza che ancora scende in piazza contro il governo».  Ma non ci sono soltanto donne. «Questo sciopero è giustissimo. Dobbiamo tutti dire no a questa manovra iniqua, perchè pesa su chi meno ha e inutile perchè non contiene misure per la crescita del paese», dice Silvano Frigeri, pensionato, ex operaio Ferroleghe.  Sintetizza Giulio Bernacca che di Cgil non è (è, invece di Federconsumatori): «Sono 15 anni che siamo governati da un personaggio che si sottrae continuamente alla giustizia. Ora basta. Siamo qui anche per questo».

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