Sicurezza
LE REAZIONI
Nella gastronomia sotto casa nessuno parla del delitto
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Gli inquirenti 2 MINUTI DI LETTURA
MARINA DI CARRARA. Quella rosticceria, che oggi si chiama «Angelo & Patty- gastronomia Capretti,» per anni l'aveva gestita lui, Giuseppe Muracchioli. Allora, si parla di vent'anni fa, era anche una macelleria. Al bancone c'era Giuseppe, con la moglie Augusta per la quale i giorni della malattia, che oggi la fa vivere con grandi difficoltà (risiede a Carrara ed è accudita da una badante) erano lontani. Ed è proprio nella sua ex rosticceria che è corso ieri sera Giuseppe Muracchioli, dopo aver ucciso a colpi di calibro 7,65 il figlio 39enne Massimo. Ci è rimasto per ore, prima di essere interrogato, accasciato su quel banchetto impagliato, quello che adesso troneggia, vuoto, in mezzo al negozio. Dentro un via vai di clienti. Un vero e proprio pienone. Tanta gente del posto, vista la familiarità con cui vnreogno accolti dai commesis al bancone e dai titolari. Nessuno chiede niente. Nessuno fa un cenno alla tragedia familiare che si è consumata nella casa di fianco, quella che da ieri è sotto sequestro, a disposizione dell'autorità giudiziaria: Giuseppe Muracchioli si trova ai domiciliari a casa di alcuni parenti, sempre a Marina. Sembra una mattinata come tante altre, fra ordinazioni di cappelletti, arrosto misto e cannoli alla crema. Quando, dopo aver aspettato che il flusso dei clienti si diradasse, chiediamo ai titolari della rosticceria un commento su quanto successo sabato sera ci fanno capire, chiaramente, di non aver alcuna intenzione di parlare. Lo stesso avviene nella pescheria vicina: «Noi qui veniamo solo per lavorare, ieri sera eravamo chiusi». Chi si lascia un po' più andare è la gente che, a pochi passi dal luogo della tragedia, nei bar al centro di Marina, non fa che parlare di quanto è successo. «Giuseppe è una persona buona, è invecchiato tanto, dalla foto del giornale quasi non lo riconoscevo, chissà che sofferenza lo ha portato a quel gesto»: dice un vecchio compagno di scuola. Nessuno parla del figlio Massimo: «Lo vedevamo solo passare in biciletta, era un ragazzo ombroso», dicono accanto alla casa di via Rinchiosa dove, quel omone alto e corpulento che sfrecciava ogni matitno sulla mountain bike ha trovato la morte. Per mano del padre. A.V.
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