«Dopo l'alluvione nemmeno un euro»
◗
Lalluvione del 2003 Magazzino sommerso: l'azienda Soema ha avuto 2 milioni di danni
3 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. «Cerchiamo solo una compensazione, e purtroppo non abbiamo altra scelta che adire vie legali per avere ristoro dei danni subiti. D'altra parte se il Carrione quella notte ha esondato ed è arrivato fino a qua, ci sarà stato pur un motivo, che certo non è dipeso da noi». Parla Renato Palagi, socio fondatore della Soema srl, l'azienda di installazione e manutenzione di impianti elettrici, devastata dalla furia del Carrione in piena durante l'alluvione del 2003. Presso il Tribunale della Acque di Firenze pende oggi, da parte della ditta, una richiesta danni da 2 milioni e mezzo di euro, nei confronti del Comune di Carrara, della Provincia e della Regione. «Il nostro edificio è stato costruito negli anni Settanta su un terreno vergine - racconta Palagi - seguendo tutte le norme e con tutti i permessi del caso. Il magazzino seminterrato, dove avevamo tutti i materiali, è stato completamente sommerso da una massa di fango e detriti: non si è salvato niente». Nel ricorso il danno complessivo come conseguenza diretta dell'evento alluvionale, è stimato in 1.182.575 euro. Solo nel magazzino c'erano 223mila euro di materiali, andati completamente perduti, più 575mila di macchinari (sia di proprietà della Soema, che di terzi che la ditta aveva in riparazione). Ai danni all'immobile - altri 281mila euro - si aggiunge poi il crollo di un muro, abbattuto dalla pressione del torrente, e finito contro due autoveicoli in sosta (per una somma di 12mila euro). Infine i 90mila euro di mancato guadagno, dovuti al fermo dell'attività per un mese circa. «Oltretutto sembrava che le aziende alluvionate - spiega Palagi - avrebbero usufruito di agevolazioni sulle imposte, per cui ci siamo anche ritrovati indietro con le tasse, che poi sono arrivate con la mora. Fino al 2003 non avevamo neanche un centesimo di debito, invece nei tre anni successivi abbiamo dovuto accendere due mutui, uno da 200mila e uno da 400mila euro, per poter ripartire a lavorare». Il conseguente calo nel volume d'affari è arrivato nel 2005: 850mila euro, invece del milione e 350mila del 2003, una flessione di quasi il 40%. «Ma non abbiamo mai fatto un licenziamento - sottolinea la Soema - anzi abbiamo sempre pagato gli stipendi, anche mentre i nostri operai spalavano il fango, insieme ad una squadra della Protezione Civile». In otto anni si sono ripetute lettere e comunicazioni, per riuscire ad ottenere un rimborso del disastro, ma senza esiti. «Abbiamo riconsegnato in bianco i moduli standard per la richiesta di rimborso del Comune - mostra Palagi - perché come vede la nostra casisitica non è proprio contemplata: il grosso del danno noi l'abbiamo patito a causa della merce distrutta nel magazzino, prima che dall'immobile danneggiato. Abbiamo scritto più volte per spiegare la particolarità della nostra situazione, ma niente si è ancora mosso. Abbiamo dovuto fare tutto con le nostre sole forze: addirittura ci siamo pagati di tasca nostra anche il costo di smaltimento in discarica delle attrezzature infangate e inservibili». A.B.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
