Il Tirreno

Giuseppe Muracchioli (77 anni) ha sparato al figlio Massimo (39) durante l’ennesima lite

«Dite al 113 che ho ucciso mio figlio» Così il padre ha annunciato l'omicidio

Alessandra Vivoli
Sopra la vittima Massimo e a fianco l’omicida Giuseppe
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Sopra la vittima Massimo e a fianco l’omicida Giuseppe

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 MARINA DI CARRARA. Ha sparato cinque colpi. Tre a raffica, uno dopo l'altro. E gli ultimi due a distanza di alcuni secondi. Poi ha buttato a terra la pistola, una calibro 7,65 ed è corso giù dalle scale. Infilandosi nella gastronomia Capretti, proprio sotto casa, quella dove ogni mattina andava a prendere il pane e il latte. Ieri sera, poco prima delle otto e mezzo, invece, ha varcato la soglia, protetta da una tenda di plastica colorata, per dare un annuncio choc: «Ho ammazzato mio figlio, chiamate la polizia».  Con queste parole Giuseppe Muracchioli, 77 anni, un passato da commerciante, in macelleria, e una vita dedicata alle arti marziali ("maestro" lo chiamano ancora tutti a Marina per i suoi trascorsi come insegnante di karate), ha annunciato il delitto più grave di cui può macchiarsi un padre: quello del proprio figlio. Poi, si è messo seduto, ed è scoppiato a piangere.  Un delitto avvenuto in una afosa sera d'estate. Al numero 18 di via Rinchiosa, dove Giuseppe e il figlio Massimo vivevano insieme. La madre, Augusta Cattani, abita invece da tempo a Carrara, le sue condizioni di salute sono critiche.  Tutto, l'altra sera, è cominciato con un litigio, proprio all'ora di cena. E, poi l'aggressione da parte del figlio 39enne, Massimo, all'anziano padre che ne porta ancora sul collo i graffi, con sangue vivo.  Poi la reazione del genitore: ha estratto la calibro 7,65 dal cassetto del salotto e ha raggiunto in camera da letto il figlio, e lo ha freddato con cinque colpi. Lui si è accasciato a terra, sembrava quasi seduto: aveva la canottiera e i bermuda macchiati di sangue. Una tragedia familiare. L'epilogo di un rapporto difficile, minato dalla cupa depressione, un tunnel, in cui da anni era entrato il figlio unico 39enne di un uomo tutto d'un pezzo, amante dello sport, dei valori. Un ragazzone con la passione per la bicicletta: il suo rampichino è ancora parcheggiato dentro al portone di casa quando la scientifica entra per fare i rilievi. E un provetto radioamatore: sul tetto troneggia la sua maxi antenna, il padre aveva chiesto più volte ai vicini se quell'impianto potesse causare fastidio.  Ma nessuno aveva trovato da ridire. Quella famiglia, qui nel cuore di Marina, la conoscono tutti. E tutti sanno che Massimo aveva avuto una vita diffiicile. Un matrimonio fallito, da cui era nata una figlia diciottenne, e una convivenza, anche questa finita male, da cui, tre anni fa, aveva avuto un figlio maschio. La madre però, dicono gli amici del padre, non glielo faceva vedere spesso quel bambino: e proprio il padre, Giuseppe era andato dall'avvocato, quel Paolo Barsotti che anche adesso lo assiste e che è stato fra i primi ad accorrere ieri sera a Marina, per vedere di fare il possibile per farli riavvicinare. Magari, aveva detto al legale, facendo intervenire gli assistenti sociali, il tribunale dei minori.  Del resto Giuseppe lo sapeva bene cosa vuole dire amare un figlio in modo incondizionato.  «Massimo era la sua ragione di vita: non ce la faceva più a vederlo così - dice un amico del padre, uno fra i primi a uscire di casa, in ciabatte e venire qui in via Rinchiosa - con quei 5 colpi ha voluto mettere la parola fine a un rapporto che ormai lo stava logorando».

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