Finanza
«Chiedo giustizia per mio figlio»
Andrea Bonatti
◗
La barca speronata, la vittima Alessandro Spadaccini e in basso a sinistra, lo yacht che aveva colpito il natante di Spadaccini Ogni mattina da due anni si sveglia con l'immagine di lui, morto, che galleggia
4 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. «Chiedo una cosa sola: giustizia. Auguro a quella persona di svegliarsi ogni mattina come faccio io da due anni a questa parte, e come farò per il resto della mia vita: con in testa l'immagine di mio figlio che galleggia sul mare». Zulia Rigato compirà gli anni l'11 di ottobre, lo stesso giorno in cui - il caso ha voluto - è fissata l'udienze preliminare del procedimento, che dovrà appurare come ha perso la vita il suo unico figlio. Si chiamava Alessandro Spadaccini, morto a 48 anni a seguito di un terribile incidente in mare, i cui contorni e le cui responsabilità sono ancora da stabilire. Era il 17 luglio del 2009, quando fu ritrovato annegato davanti a Punta Bianca, dopo quasi 24 ore di ricerche da parte della Capitaneria di Porto della Spezia. L'allarme infatti era stato lanciato verso le 20.30 del giorno prima (il 16 luglio), quando la barca di Spadaccini, un natante di circa sette metri, si era scontrato con la "Groove", uno yacht di 24 metri noleggiato da una famiglia russa e condotto da Tiziano Mischiatti di Canazei (Trento). Proprio lo stesso Mischiatti è ad oggi l'unico indagato, per lui oggi la Procura ipotizza il reato di omicidio colposo e omissione di soccorso e ne chiede il rinvio a giudizio. Le perizie hanno appurato due fatti, che saranno poi dibattuti durante l'eventuale processo (se il gip disporrà il rinvio a giudizio dell'indagato). Il primo è che Spadaccini è morto per asfissia acuta, cioé per annegamento, e non per le ferite riportate come diretta conseguenza dell'impatto. Lo ha stabilito l'autopsia svolta dalla dottoressa Susanna Gamba dell'ospedale della Spezia, il giorno dopo il ritrovamento del corpo, che presentava anche lo sfondamento della cassa toracica, la frattura di una clavicola e una ferita sulla fronte. Il secondo è che la barca di Spadaccini proveniva da dritta - come dimostrano la prua sventrata e i segni sulla murata destra del Groove - e quindi avrebbe avuto il diritto di precedenza. Ma capire come e perché nessuno degli occupanti dello yacht e la stessa vittima si sia accorto in tempo delle rispettive rotte di collisione, sarà scopo del processo. Che dovrà sbrogliare anche la matassa dell'omissione di soccorso: una delle domande chiave è se la Groove ha compiuto tutte le manovre previste dal codice nautico in caso di collisione. La difesa finora ha rigettato ogni ipotesi di patteggiamento, e punterà ad un'assoluzione piena. «La dinamica dell'incidente è oscura e di non facile intepretazione - dice Fabrizio Giangarè, avvocato difensore dell'imputato - e l'impatto a 90 gradi non facilita la ricostruzione dell'accaduto. La pilotina viaggiava a velocità sostenuta, infatti nessuno degli occupanti dello yacht la ha avvistata, nonostante si stessero sporgendo oltre i parapetti in quel momento». «La Groove andava con il pilota automatico - sostiene invece Giuseppe Pintus, avvocato dell'accusa - e gli occupanti erano tutti in coperta: questa è la causa della palese mancanza di precedenza. È certamente un atto non voluto, ma c'è stata una grave negligenza, che ha causato il disastro. La perizia medica conferma la compatibilità tra i danni fisici riportati da Spadaccini e un impatto con improvvisa decelerazione». Le due famiglie coinvolte non hanno mai avuto contatti in questi due anni. «Non mi è neanche mai arrivato un telegramma, una lettera di condoglianze - racconta la madre della vittima - non ho neanche mai ricevuto una telefonata da quella persona che portava l'altra barca. Mi devo consolare con le fotografie, è tutto quello che c'è rimasto. Proprio adesso che sono ammalata, non averlo accanto è una tale mancanza: si sarebbe preso cura di me. E invece non c'è più». Alessandro Spadaccini era da poco sposato con Laura Bartoli, quando è accaduta la disgrazia; vivevano a Ponzano Magra, non avevano figli. Lavoravano entrambi nella lavanderia di famiglia in via Fiorino ad Avenza. «Siamo rimaste molto legate - racconta la madre - mi accudisce lei: va a fare la spesa, mi paga le bollette. La lavanderia invece l'abbiamo chiusa subito: per noi da quel giorno non aveva più nessun senso andare avanti con l'attività, ci dava troppo dolore tornare lì dove lavoravamo con Alessandro. Ma forse niente ha più senso da allora...».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
