Il Tirreno

Caso Facio. Il parroco replica alle pesanti accuse sulla manomissione dell’atto di morte del comandante partigiano

Don Orsi insiste ma non chiarisce

Luca Borghini
Don Orsi insiste ma non chiarisce

Il prete: «Le modifiche sulla data sono state fatte da me, di mio pugno»

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 PONTREMOLI. «Il certificato è vero, l'ho scritto di mio pugno. Le modifiche che si vedono sono state fatte all'epoca quando ho ricostruito la vicenda ascoltando testimoni». L'ex parroco di Adelano, don Agostino Orsi ribadisce la sua versione sulla morte del comandante partigiano "Facio" Dante Castellucci e ammonisce: «In paese lo sapevano tutti».  Il parroco che si insediò ad Adelano due mesi dopo la morte di Facio, difende l'autenticità del certificato di morte scritto da lui stesso. E lo fa spiegando nei dettagli come arrivò a datare la morte del partigiano indicando come giorno del decesso il 21 luglio 1944. «Il certificato può presentare correzioni - spiega l'anziano parroco - ma non si può dire che non sia autentico. L'ho scritto di mio pugno qualche tempo dopo la morte di Facio, ascoltando i testimoni attendibili».  Fornisce testimonianze dettagliate nella sua ricostruzione, indicando i nomi e cognomi di chi gli permise di ricostruire le ultime ore di Facio.  Furono Domenico Lorenzelli e Battista Rombai un livornese che aveva una piccola bottega-osteria a Calzavitello, vicino ad Adelano; oltre a loro, don Orsi fa riferimento alla madre di Facio che il giorno del funerale disse: «Sentirà ancora parlare di me, voglio trovare chi l'ha assassinato».  Una storia, la morte di Facio, che si complica non solo per la ricostruzione delle ultime ore del processo, ma per ciò che fu all'origine di quello che appare essere un ordine di tradimento partito direttamente dal Pci. Forse il vero motivo per cui in paese calò un silenzio omertoso. Eppure questa brutta storia sembra che nel paese fosse ben conosciuta e che se ne parlasse già nel dopoguerra: «In paese sapevano come era morto Facio - ribadisce don Orsi - circolava la voce, tutti sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di parlare».  Ancora oggi sembra essere una storia ben conosciuta in Lunigiana, ma al contempo tenuta nascosta nell'armadio dei segreti: «La storia la conoscono in tutta la Lunigiana e molto bene a Zeri e a Pontremoli - spiega don Orsi - ieri mi trovavo a Filattiera da alcuni amici: anche loro sapevano come erano andate veramente le cose».  Immergendoci nella ricostruzione del parroco ci si trova davanti a un paese, Zeri, e una comunità, la Lunigiana, consapevoli di ciò che sarebbe accaduto la notte di quel 21 luglio e di chi, materialmente, ordinò l'agguato a Facio: «Tutti dicevano - prosegue il parroco - che era stato Salvatore a tradire Facio per motivi politici, di sicuro fu lui a preparare l'agguato e il finto processo».  Su "Salvatore" Antonio Cabrelli, all'epoca dei fatti commissario politico del Pci della "Picelli", furono mossi da subito sospetti sulla sua presunta attività di spia dell'Ovra, la polizia politica fascista, ma contemporaneamente ricopriva importanti incarichi all'interno del Pci.  Un personaggio che con le sue ambiguità non può contribuire a fare chiarezza sui possibili mandanti dell'omicidio di Facio; tutto infatti fa pensare che non si trattò di una decisione maturata dal solo Salvatore, ma più verosimilmente fu caldeggiata da altre persone, di certo con incarichi importanti nel Cln o nel Pci, oppure in entrambi.  Sulla figura di Salvatore, don Orsi porta un nuovo elemento: «Ricordo che il falegname di Calzavitello, tale Francesco Borgna, fu avvicinato da Salvatore il mattino del 22 che gli ordinò di fare al più presto una cassa da morto per persona adulta. Il falegname capì che la cassa era per Facio perchè tutti nel paese sapevano della sua morte avvenuta la sera prima».  Cosa muove don Agostino Orsi a continuare la sua «battaglia per la verità» lo spiega lui stesso nel finale di un memoriale in cui ricostruisce la vicenda di Facio parlando dell'attività di un parroco, cioè lui stesso: «Non vuole lasciare infagata la fine di un uomo che ammira per il suo valore e per la sua bontà d'animo. Anche se è di altra fede e non ha interesse nella faccenda, non si stanca di ricercare e di parlarne».

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