Italia
Listituto della Resistenza smonta il documento che anticipa la fucilazione di Facio
Quell'atto è una bufala
Bissoli smentisce don Orsi che aveva portato alla luce l'atto
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PONTREMOLI. «Sulla morte del partigiano Dante Castellucci, detto Facio c'è chi vuol sostenere una versione inattendibile: basta leggere il documento portato come prova per verificare la duplice manomissione dell'atto di morte». La pesante affermazione è di Paolo Bissoli che, nell'occasione, non interviene nel ruolo di presidente della Comunità montana, bensì come presidente dell'Isra (Istituto storico della Resistenza apuana). Paolo Bissoli sostiene infatti che «Il dibattito alimentato in questi giorni sulla morte del comandante partigiano del battaglione "Picelli" Dante Castellucci detto Facio, suscita in me sgomento e preoccupazione. Sgomento per le modalità con le quali esso si svolge, preoccupazione per le conseguenze che potrebbero derivare da future e analoghe "rivisitazioni" degli avvenimenti storici accaduti negli anni della seconda guerra mondiale, quasi 70 anni fa». Secondo Bissoli «da giorni infatti si assiste a un dibattito che pare essere a senso unico: Facio non sarebbe stato fucilato la mattina del 22 luglio 1944, dopo una notte trascorsa in prigionia, al termine di un processo sommario svoltosi nel pomeriggio precedente, ma sarebbe stato ucciso il 21 luglio, appena arrivato ad Adelano. Per sostenere questa tesi si citano fonti oggettivamente e storicamente non attendibili: alcune testimonianze di abitanti del paese e l'atto di morte redatto sul registro parrocchiale. Le testimonianze sono non dirette e quindi non possono essere messe sullo stesso piano di coloro che hanno assistito ai fatti, ma si basano sul "sentito dire" o sull'aver udito colpi sparati in lontananza. Lo stesso don Agostino Orsi, al momento dei fatti, non era ad Adelano, visto che fece il suo ingresso in parrocchia soltanto due mesi dopo». Poi l'affondo di Bissoli: «Quanto all'atto di morte, esso è palesemente stato manomesso, evidentemente per costruire a posteriori la prova a sostegno di una tesi diversa dai fatti; basta una semplice consultazione dell'atto conservato a Pontremoli negli uffici distaccati della Curia vescovile per verificare come il giorno della morte, in origine indicato in numeri romani XXII sia poi diventato con una grossolana correzione XXI, mentre in lettere si legge ancora "die vigesima secunda" a conferma dunque della manipolazione avvenuta. Non a caso la seconda manomissione riguarda proprio questa ultima dizione che nella copia mostrata ai giornalisti ad Adelano durante la manifestazione della scorsa settimana è stata corretta in "die vigesima prima"; basta dunque un confronto tra l'originale conservato in Curia e la copia per verificare la non attendibilità di un documento palesemente contraffatto. Del resto all'anagrafe del Comune di Zeri è conservato l'atto di morte di Dante Castellucci "Facio" avvenuta il 22 luglio 1944». Una rivisitazione, dunque, nella già rivisitata e controversa storia di Facio, salito con tanti ideali dalla Calabria (era originario di Sant'Agata d'Esaro in provincia di Cosenza) e morto ammazzato per mano dei suoi stessi compagni? Ma ecco cosa aggiunge Bissoli: «Inoltre tutte le versioni dei testimoni diretti, cioè di coloro che erano presenti in quei giorni nel luogo dove si svolsero i fatti, riportano con dovizia di particolari gli eventi che si sono succeduti tra il 21 e il 22 luglio ad Adelano; versioni più volte pubblicate e nelle quali tutti descrivono lo svolgimento del processo, la condanna e l'esecuzione. Giova ricordare ad esempio, per l'autorevolezza dell'autore, le pagine scritte da Giulivo Ricci nel 1978 nel libro "Storia della Brigata Matteotti-Picelli" fino ad arrivare a quelle di Laura Seghettini nel recente libro "Al vento del nord". Proprio Laura Seghettini, distintasi nella sua attività antifascista, comandante partigiana e per la quale il presidente Ciampi le ha voluto assegnare l'onorificenza di Commendatore della Repubblica, è ormai l'unica testimone diretta di quei fatti. Nei suoi confronti occorre dunque il massimo rispetto: quello che si deve a chi ha visto e non a chi ha sentito dire, quello che è doveroso riconoscere a chi ha dato un contributo determinante alla nostra libertà e alla nascita della democrazia». Infine la chiosa di Paolo Bissoli in merito alle molte verità che aleggiano su quanto accaduto in quei assolati giorni di luglio del 1944: «I familiari di Dante Castellucci hanno tutto il diritto di chiarire per quanto possibile ogni dubbio sugli avvenimenti di quei giorni; questo è anche il nostro auspicio e intendimento. Ritengo che in questo intento si debba dare loro la massima collaborazione e, soprattutto, spunti di verità; ma nessuno può alimentare polemiche sulla base di fonti non attendibili o addirittura manomesse. Non solo è un fatto grave, ma anche colpevole e non giova né alla verità né alla coscienza civile». R.L.
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