Il Tirreno

Nel 2007 il precedente: ditta Costa a fuoco

L’incendio alla ditta Costa
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L’incendio alla ditta Costa

Da lì partì un'indagine sui rifiuti in Lunigiana: sette gli indagati tra cui nomi eccellenti

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 ALBIANO MAGRA. Rifiuti che prendono fuoco. Non è la prima volta in Provincia, c'è un precedente: il 26 settembre del 2007 una colonna di fumo si alza ad Albiano Magra, vanno in fiamme rifiuti stoccati nella ditta Costa. La Costa tratta tutti i rifiuti prodotti in Lunigiana a cui si aggiungono 25mila tonnellate provenienti dalla spezzino. L'azienda produce cdr (combustibile da rifiuto), lo stesso che avrebbe dovuto produrre Erre Erre.  L'incendio scoppiò quando l'impianto era chiuso, poco dopo le 20,30: due addette alle pulizie si affacciarono e notarono che un capannone stava andando a fuoco. Immediato l'allarme. L'azienda lunigianese riportò danni ingenti.  Tutto all'epoca fece pensare ad un incendio doloso, anche se la conferma ufficiale dagli inquirenti non arrivò mai: la ditta era già stata oggetto di danneggiamenti e la famiglia titolare, qualche mese prima, era stata vittima di una tentata estorsione. La Procura aprì un'indagine per far luce sull'accaduto, indagine - conferma Mauro Costa - che ancora non è stata chiusa. Si delinearono diverse piste, ma nessuna portò ad individuare i responsabili del rogo. L'indagine confluì poi in una più ampia, sui rifiuti in Lunigiana, mai archiviata, quindi ufficialmente ancora aperta.  Scattò anche l'iscrizione nel registro degli indagati per sette persone tra cui politici, funzionari ed imprenditori. Nomi eccellenti compreso quello dell'onorevole Barani. Altro nome molto conosciuto quello di Alberto Ravecca, per anni segretario della Camera di Commercio di Carrara. Gli altri indagati erano Roberto Vaira, allora direttore del Cermec, l'architetto Franco Testa, funzionario del Comune di Aulla, l'agronomo Giovanni Menna, ex dirigente della Provincia e Domenico Del Carlo di Delca spa. Non emerse, invece, il nome del settimo indagato, probabilmente di minor spicco. Gli indagati furono avvisati in occasione di una richiesta di proroga delle indagini da parte del pubblico ministero. L'inchiesta fu affidata ai carabinieri di Massa e ai Noe (nucleo operativo ecologico) e le ipotesi di reato sarebbero emerse da alcune intercettazioni telefoniche. Alcuni degli indagati - contattati all'epoca dei fatti - negarono di essere sotto inchiesta, altri (Barani e Ravecca) reagirono con vigore precisando la loro posizione. L'onorevole spiegò di aver fatto solo il proprio dovere. Adesso quell'indagine - ancora aperta - torna d'attualità. C.S.

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