Finanza
«Qui non ci sentiamo più immigrati»
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Mathiam Mbengue lo zio paterno di Aliou esce dallobitorio Per l'ultimo saluto ad Aliou i parenti consentono di vedere il corpo: non sarà coperto
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CARRARA. Hanno indossato il vestito lungo: baylatt si chiama in Senegal, è l'abito per le cerimonie, e per i funerali. Pregano, in silenzio, con i loro sacerdoti, davanti all'obitorio. Dentro il piccolo Aliou riposa per sempre, con il volto protetto solo da un velato. La grande famiglia Mbengue ha fatto un grande gesto, che travlica tutti i confini, anche quelli della religione. Il rito musulmano dei defunti prevede infatti che i cadaveri vengano coperti con un telo bianco e che non si possano più vedere. Ma i parenti di Aliou hanno lasciato il suo corpicino «scoperto»: per permettere alla gente di Carrara di dargli, domani, l'ultimo saluto. Prima che raggiunga per sempre il Senegal. La morte del tredicenne Aliou Mbengue è divenuta un simbolo di pace, di unione. Più efficace di tante parole. La sua tragedia ha abbattuto il velo dei pregiudizi, delle differenze. Qui, davanti all'obitorio, la comunità senegalese e quella carrarese sono davvero un tutt'uno. La morte di questo ragazzino dal sorriso contagioso e gli occhi dolci, ha colpito al cuore la città. «Sono venticinque anni che abito a Carrara, ma solo in questi giorni, tragici, ho conosciuto il vero cuore di questa città - dice commosso lo zio paterno di Aliou, Mathiam Mbengue - Fin dal primo momento, dalla corsa in ospedale quando ci hanno detto che Aliou era annegato, non ci siamo mai sentiti soli. Non ci siamo mai sentiti immigrati, qui ci siamo sentiti a casa». Parole che toccano il cuore. E che Mathiam rivolge al sindaco e alla comunità intera. E alle maestre di Aliou che anche ieri mattina erano davani all'obitorio: «Non sono maestre, per Aliou sono state mamme. Un calore umano così grande non ce l'aspettavamo - continua - Noi piangiamo perchè abbiamo perso una vita preziosa, il nostor sole. Ma non perchè ci sentiamo abbandonati». E le parole più dolci sono per Aliou: «Mi aveva salutato a mezzogiorno, lunedì prima di andare al mare. Lo chiamavo babbo, perchè portava il nome di nostro padre, e anche lui mi si rivolgeva così. Era dolcissimo. Mi ha detto "Babbo, vado in spiaggia, ci vediamo stasera". Quella sera non è mai arrivata per lui». «Cosa ci manca di lui - conclude - Tutto. Ci manca tutto: il suo sorriso, la sua risata, le carezze, la gioia di vivere». I parenti di Aliou sono una chiazza di colore, nel grigio e nella canicola dell'obitorio. Visto da lontano, lo zio Thendou Mbengue, sembra una statua. Tutto vestito di bianco. Con le trecce fitte nere sciolte a sfiorargli il collo e la «crus», la lunga collana delle preghiere, che spicca nella veste candida. Thendou Mbengue, 50 anni la metà dei quali vissuti in Italia, arriva da Parma. Qui lavora come autista, ormai da parecchio tempo: alle spalle un passato da pugile («la boxe era il mio sogno, come il pallone per Aliou») e tanti anni di fatica, con impieghi precari, in giro per tutta l'Italia. In Senegal ha due mogli e nove figli: «Tutto quello che faccio è per loro - dice - Oggi è qui a pregare per il nipote, morto annegato a tredici anni. «Aliou era il nostro riscatto. Era la speranza di una vita migliore, di un futuro pieno di gioia che molti di noi non hanno avuto - racconta Thendou - La sua è una vita tagliata, una speranza che se ne va».
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