Sicurezza
L'odissea di Rachid, il giudice lo assolve dopo 2 anni di cella
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MASSA. Si è fatto quasi due anni di carcere, a Pavia, con l'accusa di essere uno dei pusher che riforniva di droga Lodi. Da innocente, visto che il tribunale lombardo lo ha assolto per non aver commesso il fatto. E pensare che secondo l'accusa Rachid Chiraj, 39 anni, residente a Marina di Massa da parecchio tempo, era la mente della banda di nordafricani che vendevano eroina e cocaina ai giovani tossicodipendenti del lodigiano. Spaccio che avveniva in un campo di mais, grazie anche a un accurato servizio di controllo da parte di un paio di complici. Le forze dell'ordine avevano raccolto un fascicolo alto un palmo, con i nominativi delle persone che si rifornivano dai magrebini, segnando le volte che andavano dai pusher e quanto stupefacente acquistavano. Ma hanno preso un abbaglio, perché il giudice De Benedetto ha assolto Chiraj e quello che per il pubblico ministero era il complice: Mustapha Lahssaki. Anche lui «per non avere commesso il fatto». I carabinieri erano partiti da un terzo uomo: Abdeslam El Bouzzaoui, ritenendo la sua una figura di rincalzo (accompagnava i capi e poi sorvegliava la strada avvisando gli amici dell'eventuale presenza delle forze dell'ordine). Proprio El Bouzzaoui ha dato la chiave di volta all'inchiesta: Rachid lo aveva frequentato tanti anni prima. E la frequentazione ha generato l'errore: i militari hanno mostrato una foto dell'operaio navale ai clienti che compravano la droga e una ventina di persone lo hanno riconosciuto. «Ecco la prova che è lui il capo della banda», hanno detto gli inquirenti. Peccato però che nei verbali poi siano state descritte caratteristiche fisiche che non corrispondevano al vero: denti storti secondo i carabinieri, dentatura perfetta nella realtà. Il marocchino prima di finire in carcere a Pavia lavorava a Marina. Questo impiego poteva fornirgli l'alibi, visto che quando, nell'estate del 2009, i carabinieri lo avevano individuato nel campo di mais a distribuire bustine di cocaina e eroina lui risultava al cantiere. Ma staccava alle 18 e per gli inquirenti era plausibile che una volta finito il turno prendesse l'auto e dalla riviera apuana raggiungesse Lodi. Dove poi alle 21 iniziava la sua seconda - e più redditizia - attività: lo spaccio. A inguaiarlo anche un bilancino di precisione che gli avevano trovato in casa durante una perquisizione. Lo usava al lavoro, per le verniciature di precisione. Rachid, difeso dall'avvocato Francesca Vaccina, ha tentato in tutti i modi di dimostrare la sua innocenza, ma è stato inutile: per lui le porte del carcere si sono aperte nell'ottobre del 2009, per la custodia cautelare dato il pericolo di fuga. E ben cinque richieste di domiciliari sono state respinte perché era «un soggetto pericoloso, visto che non ammetteva le responsabilità». È tornato in libertà soltanto dopo diciannove mesi, il 20 giugno del 2011. Da innocente. Certo, è stato davvero sfortunato: nel primo interrogatorio gli avevano chiesto se era mai stato in Lombardia e lui aveva detto di no. Non sapeva che Mantova, dove lo aveva fermato la polizia, era una cittadina lombarda.
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