Il Tirreno

Usura, Porsche confiscata

La Porsche Cayenne sequestrata, sotto Bianchi e il pm Soffio
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La Porsche Cayenne sequestrata, sotto Bianchi e il pm Soffio

Lucio Bianchi ha patteggiato una pena di 3 anni e mezzo

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 MASSA. Ha patteggiato una pena di tre anni e sei mesi, ma il giudice Ermanno De Mattia ha anche disposto la confisca dei suoi beni di lusso: un Porsche Cayenne, un gommone che aveva ormeggiato nel porto di La Spezia e uno scooter Yamaha. L'accusa per Lucio Bianchi era di usura.  La sentenza è stata pronunciata ieri poco dopo l'una da Ermanno De Mattia, giudice per le indagini preliminari. Bianchi, imprenditore del marmo cinquantenne, era presente in aula. Le prove raccolte dal pubblico ministero Rossella Soffio erano tante. Ad accusare l'uomo e a far partire le indagini erano state due persone, che ieri erano rappresentate come parti civili dai loro avvocati.  La procura, dal racconto dalle vittime, aveva ricostruito la vicenda: Bianchi, titolare di una ditta con sede a Sarzana, il denaro lo prestava senza troppi problemi, ma chiedeva tassi che definire esorbitanti è limitativo. Tanto che il debito che avevano nei suoi confronti i due che hanno avuto la forza di denunciarlo è sempre rimasto tale e quale, nonostante avessero già restituito più di duecentomila euro a testa. Le vittime secondo l'accusa pagavano con rate mensili dai tremila ai cinquemila euro. Un incubo, iniziato nel 2004. Quando le vittime sono entrate nel tunnel dell'usura pensavano che avrebbero saldato il debito in poco tempo. Come tutti quelli che cadono in questo odioso reato. Uno aveva chiesto trentamila euro, l'altro cinquantamila. Soldi che servivano per risollevare le loro aziende. Invece il nodo si faceva sempre più stretto, mese dopo mese aumentavano gli interessi. E serviva denaro, ogni volta che lui chiamava e diceva che era arrivato il momento di pagare.  I due imprenditori quando si sentivano pressati chiedevano aiuto agli amici, qualche volta si approfittavano dei conti correnti dei parenti più stretti lasciandoli all'oscuro di tutto.  Anno dopo anno hanno dato a Bianchi tutto quello che avevano, ma il loro debito non si è spostato di un centesimo. Fermo a trentamila e a cinquantamila euro, come quando era iniziato l'incubo. Sei anni prima. Quando le minacce si sono fatte più insistenti, i due imprenditori hanno deciso di denunciare l'usuraio. Prima hanno raccontato la loro storia alla guardia di finanza, poi alla magistratura. E il pm Rossella Soffio ha messo sotto controllo le utenze telefoniche di Bianchi. Gli inquirenti a un certo punto hanno fatto scattare le manette perché avevano paura che l'usuraio potesse fare del male a uno dei due imprenditori.  E poi perché Bianchi aveva scoperto di essere indagato grazie a un finanziere che prestava servizio alla dogana di Marina di Carrara.  All'imprenditore del marmo durante le indagini erano state sequestrate anche tre case, che poi sono state restituite. Così come il conto corrente della ditta. Non è andata così per la Porsche Cayenne, il gommone e lo scooter della Yamaha.

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