Proteste
«Minacciavano mia figlia»
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Il caso è stato risolto dalla squadra mobile di Massa Il racconto di Fiorentini al gip: ho avuto paura, mi sono difeso
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MASSA. «Mi stavano minacciando da un po' di giorni, uno dei tunisini mi aveva mostrato una pistola e aveva detto che avrebbe fatto soffrire me e la mia bimba di dieci mesi. Così domenica mi sono presentato in via Pradaccio armato e quando ho visto che anche loro lo erano ho premuto il grilletto. Cinque volte. Ma non volevo uccidere». A parlare è Claudio Fiorentini, 22 anni, uno dei due uomini fermati per la sparatoria in via Pradaccio. Il giovane, assistito dall'avvocato Enzo Frediani, ha raccontato la sua versione dei fatti successi domenica pomeriggio ai Ronchi: «Dovevo dei soldi ai due tunisini per dell'hashish che avevo comprato due anni fa. Con quella droga addosso mi hanno arrestato è per questo che non ho onorato il mio debito immediatamente. Da quando sono uscito dal carcere ho iniziato una nuova vita, ma loro hanno continuato a chiedermi insistentemente quel denaro. Io non lo avevo, ho chiesto di poterli ripagare a rate, ma non ne hanno voluto sapere». E qui Fiorentini si interrompe, quasi per cacciare giù l'emozione: «Nelle ultime settimane hanno cominciato a chiamarmi al mio cellulare con insistenza, a ogni ora del giorno e della notte. Stavo impazzendo. Qualche giorno prima di domenica quei due e un terzo uomo mi sono venuti a cercare. Uno di loro ha tirato fuori una pistola e ha detto che mi avrebbe ammazzato e che avrebbe fatto del male alla mia figlioletta di dieci mesi. Si è intromesso il terzo uomo (quello che poi domenica non c'era) e ha evitato che la lite degenerasse. Ho avuto paura per la mia piccola e così mi sono convinto a procurarmi un'arma anche io». Qui entra in scena il secondo fermato: Mirco Ceccarelli, quarantenne difeso dall'avvocato Michela Gatti. È lo stesso Fiorentini ad ammettere che il suo ruolo è marginale (anche se l'accusa è la stessa: tentato omicidio). Non ha sparato, punto primo. Ed è stato chiamato da Fiorentini con un pretesto: «Gli avevo detto che c'erano dei tunisini pieni di droga e che potevamo comprarne un po'. Io Mirco l'ho conosciuto poco tempo fa, ma abbiamo legato subito tra noi. Eravamo a corto di denaro, però, altrimenti io il debito con gli spacciatori lo avrei saldato senza fare tutto questo trambusto. Così abbiamo scaricato da Internet l'immagine di una banconota da 500 euro e l'abbiamo fotocopiata. Non so come ha fatto a credere che avremmo potuto pagare i magrebini con quei fogli di carta, ma c'è cascato. Era convinto Mirco che dovevamo incontrare dei pusher per comprare della droga, non sapeva che ero armato». Poi la descrizione della sparatoria: «Siamo arrivati in via Pradaccio e senza avere neppure il tempo di scendere dalla macchina abbiamo visto uno dei tunisini puntarci la pistola addosso. Io per istinto ho tirato fuori l'arma e ho premuto il grilletto. Credo di aver sparato cinque colpi, ma ho mirato dall'alto verso il basso. Io non volevo ammazzarli, volevo soltanto poter andare via da quel posto senza farmi del male. Invece loro si sono abbassati e così li ho colpiti al torace».
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