Il Tirreno

Gli anziani sono stati condannati a 6 mesi per essersi fatti filmare dal nipotino mentre facevano sesso

«Condizionò il figlio-testimone»

L’avvocato di parte civile Riccardo Balatri e, sopra, la sostituto procuratore Alessandra Conforti
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L’avvocato di parte civile Riccardo Balatri e, sopra, la sostituto procuratore Alessandra Conforti

Caso dei nonni hard: il papà rinviato a giudizio per le minacce al bambino

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MASSA. Prima sotto processo sono finiti i nonni hard, accusati (e poi condannati a sei mesi) per essersi fatti riprendere dal nipotino di otto anni mentre facevano l'amore. Adesso il pubblico ministero Alessandra Conforti chiama a giudizio il papà del piccolo. L'uomo, un massese di 40 anni - questa la tesi dell'accusa - avrebbe più volte minacciato il figlio «di togliergli il proprio affetto» e avrebbe fatto ripetute pressioni su di lui «al fine di indurlo a non rendere dichiarazioni contro i propri nonni o comunque a rendere dichiarazioni mendaci» durante il processo in cui i nonni, appunto, erano impuati per corruzione di minore. Insomma, il padre avrebbe fatto pressione perché il bambino ritrattasse negando di aver ripreso nonno e nonna durante i loro giochi hard. A sporgere denuncia fu la madre del bambino che, come nel processo precedente, anche in questo nuovo procedimento, difesa dall'avvocato Riccardo Balatri, si costituirà parte civile. La madre contesta un episodio in particolare, emerso anche durante il processo ai due anziani: il papà avrebbe registrato la voce del bimbo mentre diceva una bugia per dimostrare che quanto aveva detto sui nonni non era la verità. E secondo la mamma quella registrazione sarabbe stata fatta minacciando il bambino, dicendogli che se avesse accusato i nonni, il babbo non gli avrebbe più voluto bene. I nonni, difesi dal legale Enzo Frediani, sono stati condannati dal giudice Antonella Dragotto a 6 mesi (il minimo per il reato di corruzione di minori) con sospensione e non menzione della pena. E la difesa ha già presentato ricorso in appello. Durante il processo è stato fatto più volte riferimento alla registrazione che non è stata comunque messa agli atti. Adesso il pubblico ministero - dopo la denuncia della madre - chiama a giudizio il padre: l'accusa è subornazione che consiste nell'indure un testimone (in questo caso il bambino) a rendere dichiarazioni mendaci; in parole semplici a dire bugie a processo. Per quel tipo di contestazione non è prevista udienza preliminare, il papà è stato chiamato a giudizio dal pubblico ministero con decreto di citazione diretta.  Sarà di fronte al giudice monocratico il prossimo 20 settembre per dimostrare di non aver mai minacciato suo figlio.

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