Gioco
«Negli abissi del mare i preti pedofili» L'anatema di don Giò
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Don Giovanni (Giò) Locatelli parroco di Lavacchio Bergiola Bargana e Castagnetola Il parroco di Lavacchio si scaglia contro i colleghi «lupi travestiti da agnelli». E invoca pene esemplari
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MASSA. I preti pedofili? «Lupi travestiti da agnelli». Il loro comportamento? «Abominio». Forse la Chiesa ha opposto troppi silenzi ed eccessiva indulgenza nei confronti dello scandalo dei sacerdoti «che violano i bambini». Non don Giovanni Locatelli. Lui, proprio no: il parroco di Lavacchio, Bergiola, Bargana, Castagnetola di fronte alle sconcertanti notizie di suoi «colleghi» che si macchiano di abusi sui minori, si arrabbia, si indigna, ci sta male. E reagisce, invocando pene esemplari per gli autori di quegli orrendi delitti, richiamando fedeli e Chiesa al dovere di tutelare i diritti dei bambini. E lanciando contro i sacerdoti pedofili un vero e proprio anatema. «In questi ultimi tempi - scrive don Giò (così lo chiamano tutti nei paesi dove lavora) - alcuni uomini chiamati a esercitare il loro ruolo di sacerdoti nelle comunità cristiane sono "lupi travestiti da agnelli". E con il loro comportamento malvagio e ipocrita attentano alla dignità di fanciulli. I bambini si fidano degli adulti con semplicità, senza riflettere. Perché il loro cuore di bambino, che è spontaneamente aperto, domanda con semplicità, quell'amore di padre che il sacerdote riveste». Nessuna comprensione, insomma, per i colleghi che così agiscono. Anzi, per loro occorrono punizioni severe. «A nome della mia dignità e di quella dei miei confratelli sacerdoti - scrive ancora il parroco di Lavacchio - non posso che essere indignato dinnanzi a tale "abominio"». E per questo chiede «che la giustizia civile e ecclesiastica esegua una pena esemplare». A questo punto don Locatelli cita un passo del Vangelo di San Luca (al capitolo 17,1) che è perlomeno eloquente: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare». Quanto alla giustizia divina, aggiunge senza esitazioni, «quella sarà eseguita a tempo opportuno». Tipo che "non le manda a dire", don Giovanni. Dopo la tragedia dello scorso Ognissanti, quando una frana travolse Lavacchio, provocando la morte di Nara Ricci e del suo piccolo Mattia Guadagnucci (anche qui "bambini violati"), fu in prima fila a consolare, lavorare per sgombrare fango e macerie, ma anche per denunciare i rischi della montagna. E per portare alla magistratura un copioso dossier di esposti presentati dai cittadini. Ora, eccolo di nuovo alzare la voce contro i colleghi «lupi travestiti di agnelli». «Noi, come popolo di Dio, abbiamo il dovere di tutelare i nostri bambini da ogni forma di violenza, sia fisica, sia psicologica», dice ancora il parroco. Citando le Sacre scritture ma anche la convenzione sui diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite («... a ogni bambino è riconosciuto il diritto a essere proteto da ogni forma di violenza, sfruttamento, abuso di natura sessuale...»). Un impegno forte e clamoroso, il suo. Che non nasce dall'indignazione dell'oggi: dal 2006 la parrocchia di Lavacchio ha aderito al coordinamento provinciale di Telefono Azzurro. C.F.
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