Il Tirreno

Sequestrati i beni a Santacroce

A destra Santacroce; a sinistra Antonio Corcione; sotto il pm Rossella Soffio
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A destra Santacroce; a sinistra Antonio Corcione; sotto il pm Rossella Soffio

Bloccati conti correnti, titoli, case e terreni dell'imprenditore

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 MASSA. In attesa della sentenza del processo che lo vede imputato con l'accusa di truffa e corruzione (vedi box), l'imprenditore Prospero Santacroce, coinvolto nell'inchiesta sull'appaltopoli del carcere di Massa, si è visto notificare il sequestro di alcuni beni. Tra contanti e immobili sono diverse centinaia di migliaia di euro. Qualcuno parla di un milione di euro, ma il diretto interessato attraverso uno dei suoi legali smentisce l'importo: «È decisamente meno».  Il provvedimento in termini giuridici viene chiamato per equivalenza ed è stato richiesto dal sostituto procuratore Rossella Soffio, titolare dell'inchiesta, ed eseguito dagli uomini della squadra mobile, coordinati da Antonio Dulvi Corcione. La richiesta del pubblico ministero è stata poi convalidata dal giudice Giuseppe Laghezza. La decisione è stata presa in quanto Santacroce era titolare e amministratore della società Ci-Esse electric, ditta coinvolta nelle gare di appalto che secondo l'accusa venivano truccate per facilitare gli imprenditori amici.  Tra i beni sequestrati dalla squadra mobile (i sigilli sono stati messi dagli stessi agenti che nelle scorse settimane hanno raccontato in aula l'indagine) numerose villette e appartamenti, tutti in provincia di Massa-Carrara. Le residenze sono state valutate intorno al milione di euro. Altri trentamila euro invece sono stati congelati in alcuni conti correnti intestati a Santacroce. Infine sono stati bloccati anche titoli per 220mila euro. Ma gli uomini di Corcione non si fermano qui e stanno proseguendo con gli accertamenti patrimoniali sull'imprenditore, ipotizzando anche la presenza di beni che ancora non sono saltati fuori. Tutto questo in previsione di una richiesta di risarcimento danni da parte delle istituzioni (opere pubbliche in primis) che sono state danneggiate dal sistema che vigeva - sempre secondo gli inquirenti - nella casa circondariale di via Pellegrini.  Santacroce era stato arrestato a luglio del 2010 insieme all'allora direttore del carcere Salvatore Iodice e altre sette persone. Un sistema"classico" (la polizia aveva ribattezzato "Do ut des" l'operazione): da una parte funzionari pubblici che pilotavano le gare di appalto - preferibilmente classificandole come lavori di somma urgenza allo scopo di evitare le procedure standard - per favorire alcune aziende. Dall'altra, gli imprenditori che, riconoscenti, ricambiavano. Con mazzette, regali, cene, o anche con lavoretti gratis a casa dei funzionari. Le indagini erano partite nella primavera 2009, da una segnalazione interna al sistema carcerario, una gola profonda che parlava di irregolarità e trucchi. Ed è quanto hanno accertato gli inquirenti.  In questi mesi si sono succedute diverse udienze di due processi paralleli: da una parte Santacroce con il rito abbreviato, dall'altra Iodice, cantone e Tendola.

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