Il Tirreno

Se dietro il trucco c'è una bambina che si finge grande

<b>SFRUTTATA.</b> Una ragazzina vittima di violenza in una foto d&#146;archivio
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SFRUTTATA. Una ragazzina vittima di violenza in una foto d’archivio

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 MASSA. Le unghie tinte di rosso e le mani che tentano di allungare la gonna. I palmi sfregano la bocca per togliere il rossetto; insistono sugli occhi per liberarli da quella riga nera che disegna sul loro viso da ragazzina il volto di una donna. La notte costrette a fingersi grandi, il mattino bambine. E il pudore vince, quando sono di fronte alle assistenti sociali e capiscono che l'abito che indossano, maschera costruita ad arte, non è quello giusto per sedersi in ufficio, in pieno giorno. Una storia che si ripete. Che si ripresenta anche a gennaio scorso quando due ragazzine vengono affidate ai servizi sociale: costrette a prostituirsi. Hanno 15 e 16 anni. Sono loro a raccontare storie di disagio e sfruttamento. In città scoppia il caso. Ci sono i garantisti, quelli che aspettano gli sviluppi dell'inchiesta, i colpevolisti che puntano l'indice senza "se" e senza "ma", gli innocentisti, pronti a mettere la mano sul fuoco: una cosa simile non può essere accaduta. Ma di loro, di quelle due ragazze che - qualsiasi siano la loro storia e il loro grado di consapevolezza - sono vittime, nessuno parla. Paola Giusti lavora per i servizi sociali del Comune, è la coordinatrice per i minori. Non sa chi siano le due ragazze che hanno contribuito all'indagine della Procura. Ma di "piccole donne" sfruttate ne ha viste tante. Ammette che aiutarle non è semplice: «È difficile creare un rapporto di empatia con loro, considerano il nostro un ruolo punitivo, sono chiuse, fanno le grandi. Ci considerano un ostacolo». Non a caso, spesso abbandonano le case famiglia a cui sono assegnate, come avrebbe fatto una delle due protagoniste dell'inchiesta.  «Riescono ad aprirsi, spesso, con poliziotti e carabinieri, si fidano». Eppure se quelle ragazze «fossero più collaborative, potremmo fare molto. Non negano la prostituzione, ma non fanno mai nomi, usano il cellulare, parlano nella loro lingua». Bambine adultizzate. Tradotto: fanno le grandi. «Anche se da sguardi, atteggiamenti e dalla voce - spiega la dottoressa Giusti - la loro età si deduce facilmente». A muoverle è una consapevolezza: chi le sfrutta è più forte. Di tutti. «Fanno intuire che non hanno bisogno di nulla, un atteggiamento che nasce dal terrore, da storie di deprivazione». Che loro non raccontano. «Quando chiediamo di parlare - spiega Paola Giusti - ci scherniscono, come a dire: dovresti saperlo quello che mi è successo». Dovremmo forse è troppo, potremmo però farci domande. C.S.

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