Sicurezza
Morì in cava: condannati ruspista e sorvegliante
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CARRARA. In una fredda mattina, il 16 dicembre del 2006, morì in cava, travolto da 40 tonnellate di marmo bianco il giovane padre Andrea Giovari. Aveva 33 anni e una figlia di 3. Ieri il giudice Cosimo Maria Ferri ha condannato per omicidio colposo a 5 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) il ruspsita Michele Pucci e il sorvegliante di cava, Claudio Mazzi. Quella mattina erano con Andrea nella cava di Poggio Silvestre.
Sia il ruspista, Michele Pucci (difeso dall'avvocato Marcello Susini) e il sorvegliante di cava, Claudio Mazzi (assistito dai legali Susini e Gianpellegrini) sono stati anche condannati all'ammenda di 500 euro ciascuno per non aver ottemperato alle norme anti infortunistica. Dal processo, era uscita invece, dopo essere stata risarcita, la parte civile: ossia la figlia del cavatore che, essendo minorenne era rappresentata dalla madre (assistita dall'avvocato Luca Pietrini).
Ieri, in aula, dal pm Alessandra Conforti (che per i due imputati aveva chiesto una pena più pesante, 8 mesi di reclusione) è stato ricostruito lo scenario dell'incidente. Andrea Giovari era in galleria quando la pala meccanica stava trasportando un blocco per scaricarlo nel ravaneto. Ad un tratto le 40 tonnellate di marmo si sono spezzate in due parti: una ha colpito Giovari.
L'uomo è rimasto intrappolato tra il blocco e la parete del monte: per lui non c'è stato nulla da fare. «Da quanto emerso nel corso delle udienze, in quella cava - ha ricordato la dottoressa Conforti - si lavorava in situazione di estremo pericolo. Andrea Giovari, quella mattina di dicembre non era impazzito: si trovava in quel punto preciso, dove è stato schiacciato dal blocco, per posizionare la pompa dell'acqua.
E l'escavatorista lavorava come se avesse gli occhi quasi chiusi: aveva davanti un cono d'ombra, aveva bisogno di una persona accanto che lo guidasse. Aveva bisogno di altri occhi». E il pm ha evidenziato anche un altro aspetto: «La frattura presente nel blocco, il "pelo" come lo hanno chiamato in questa aula gli addetti ai lavori è stato sottovalutato: ma durante la movimentazione il marmo si è rotto, schiacciando il Giovari».
C'è stato poi un momento di commozione: «La figlia di Andrea Giovari, al momento dell' incidente che le ha portato via il padre - ha ricordato la Conforti - aveva solo 3 anni. Non saremmo qui se in quella cava si fosse data un'importanza seria e concreta alla vita dei lavoratori». È stata poi la volta dei legali della difesa che hanno evidenziaro il fatto che «Giovari non doveva essere in quel punto della cava, aveva finito il suo compito».
E riguardo al blocco difettato: «Era stato proprio il Giovari - hanno ribadito i legali Susini e Gianpellegrini - ha segnarlo con la vernice rossa». Al termine di una camera di consiglio durata quasi un'ora il giudice Ferri ha condannato sorvegliante e ruspista a 5 mesi di reclusione, per omicidio colposo.
Sia il ruspista, Michele Pucci (difeso dall'avvocato Marcello Susini) e il sorvegliante di cava, Claudio Mazzi (assistito dai legali Susini e Gianpellegrini) sono stati anche condannati all'ammenda di 500 euro ciascuno per non aver ottemperato alle norme anti infortunistica. Dal processo, era uscita invece, dopo essere stata risarcita, la parte civile: ossia la figlia del cavatore che, essendo minorenne era rappresentata dalla madre (assistita dall'avvocato Luca Pietrini).
Ieri, in aula, dal pm Alessandra Conforti (che per i due imputati aveva chiesto una pena più pesante, 8 mesi di reclusione) è stato ricostruito lo scenario dell'incidente. Andrea Giovari era in galleria quando la pala meccanica stava trasportando un blocco per scaricarlo nel ravaneto. Ad un tratto le 40 tonnellate di marmo si sono spezzate in due parti: una ha colpito Giovari.
L'uomo è rimasto intrappolato tra il blocco e la parete del monte: per lui non c'è stato nulla da fare. «Da quanto emerso nel corso delle udienze, in quella cava - ha ricordato la dottoressa Conforti - si lavorava in situazione di estremo pericolo. Andrea Giovari, quella mattina di dicembre non era impazzito: si trovava in quel punto preciso, dove è stato schiacciato dal blocco, per posizionare la pompa dell'acqua.
E l'escavatorista lavorava come se avesse gli occhi quasi chiusi: aveva davanti un cono d'ombra, aveva bisogno di una persona accanto che lo guidasse. Aveva bisogno di altri occhi». E il pm ha evidenziato anche un altro aspetto: «La frattura presente nel blocco, il "pelo" come lo hanno chiamato in questa aula gli addetti ai lavori è stato sottovalutato: ma durante la movimentazione il marmo si è rotto, schiacciando il Giovari».
C'è stato poi un momento di commozione: «La figlia di Andrea Giovari, al momento dell' incidente che le ha portato via il padre - ha ricordato la Conforti - aveva solo 3 anni. Non saremmo qui se in quella cava si fosse data un'importanza seria e concreta alla vita dei lavoratori». È stata poi la volta dei legali della difesa che hanno evidenziaro il fatto che «Giovari non doveva essere in quel punto della cava, aveva finito il suo compito».
E riguardo al blocco difettato: «Era stato proprio il Giovari - hanno ribadito i legali Susini e Gianpellegrini - ha segnarlo con la vernice rossa». Al termine di una camera di consiglio durata quasi un'ora il giudice Ferri ha condannato sorvegliante e ruspista a 5 mesi di reclusione, per omicidio colposo.
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