La manifestazione
Caso Rapalli, caccia ai testimoni
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Luca Umberto Venturini e Claudio Ghini Gli investigatori convinti che si tratti di un omicidio delle sette sataniche
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PONTREMOLI. È uno dei "cold case" della Lunigiana. Sui casi dei due giovani trovati cadaveri nella seconda metà degli Anni Novanta, Fabio Rapalli e Roberto Bossi, per i quali si sospetta l'azione delle sette sataniche, abbiamo sentito il maresciallo dell'Arma dei Carabinieri Claudio Ghini, oggi direttore della Ghini Investigazioni di Stradella (Pavia) e dirigente per il Nord Italia dell'Accademia Italiana Studi Investigativi (Aisi) di Viareggio; Ghini, all'epoca dei fatti fu l'ufficiale di polizia giudiziaria incaricato delle indagini. Non ci sono dubbi che Ghini sia memoria storica dei due casi, nonché esperto delle attività dei movimenti settari in Italia. Dopo che nei mesi scorsi erano apparse interviste a fuoriusciti della setta delle Bestie di Satana, che parlavano di omicidi mascherati da suicidi, ci sono stati sviluppi sul caso di Fabio Rapalli, il giovane imprenditore di Montù Beccaria trovato morto il 6 settembre del 1996 proprio nel Pontremolese? «Ho sempre sostenuto unitamente a Luca Umberto Venturini, dirigente principale dell'Aisi - risponde il maresciallo Claudio Ghini - che la morte di Fabio Rapalli sia stato il tragico epilogo di un rito di iniziazione per l'affiliazione in una setta quale adepto. Conferma pervenne alcuni giorni dopo la sua tumulazione, quando nel piccolo cimitero di Montù Beccaria ignoti scrissero sulla lapide la frase "siamo noi" accanto ad un tridente esoterico. Le dichiarazioni poi rilasciate al giornalista del Tg5, confermerebbero ulteriormente le nostre ipotesi investigative». Alla luce di queste possibili novità investigative, a suo avviso sono ancora in libertà i potenziali complici in quello che lei ha sempre ritenuto un omicidio? «Se tali dichiarazioni avessero un riscontro, si aprirebbe uno squarcio all'interno dell'impenetrabile ambiente delle sette, poiché è innegabile che i cosiddetti "fuoriusciti" sono in grado di fornire dettagliate informazioni sulle attività ed i segreti della setta poiché tra il 1996 e il 1998 non vi è dubbio operasse sui territori presi in osservazione un movimento particolarmente attivo». Secondo lei esistono analogie tra il caso Rapalli e il successivo ritrovamento del cadavere di Bossi? «Non parlerei di analogie ma di stretto rapporto tra loro per alcuni particolari fattori, ovvero: i due risiedevano in paesi che distano tra loro pochi chilometri; Rapalli fu visto nel paese di Bossi alcune ore prima della sua scomparsa; Bossi trovò la morte nelle immediate vicinanze dove fu trovato il corpo di Rapalli (sul passo della Cisa)». Durante le sue indagini ha potuto percepire una sorta di "omertà" sulla vicenda? «Sicuramente sì, abbiamo trovato grandi difficoltà nel reperire informazioni anche se sono certo di aver identificato dei personaggi che sapevano, ma non hanno mai voluto parlare». Al dirigente principale dell'Accademia Aisi Luca Umberto Venturini, chiediamo invece, a suo avviso, cosa manca alla risoluzione del caso Rapalli. «Come tutti hanno potuto notare negli ultimi tempi sono stati riesaminati dei casi cosiddetti "freddi" alcuni di questi nonostante i moltissimi anni trascorsi, hanno dato riscontri positivi. Al caso di Fabio Rapalli manca la voce di un collaboratore di giustizia, ovvero di qualcuno che ha sempre saputo e taciuto, ma che oggi potrebbe finalmente parlare, anche in considerazione della lontananza emotiva dai fatti. Quel nome o quei nomi, a mio avviso, potrebbero essere trovati nelle carte dell'indagine iniziale e nei successivi elementi che nel tempo si sono aggiunti». La nostra provincia, ma anche la vicina La Spezia, in passato è stata teatro di ritrovamento di oggetti utilizzati per riti satanici. Il fenomeno è ancora presente o è andato scemando? «Certamente le numerose segnalazioni di "ritrovamenti" o di vere e proprie profanazioni a luoghi di culto, indicano che nei territori liguri e toscani siano attivi movimenti settari; è chiaro che se da una parte non bisogna cedere al facile allarmismo, dall'altra non si possono ricondurre fatti del genere al folclore popolare, le sette esistono e su questo non vi è alcun dubbio. E' stato riscontrato inoltre che a questi gruppi aderiscono anche elementi giovanissimi, che vengono totalmente assimilati in particolari rituali che spesso sfociano in veri e propri reati, anche gravi». Perché le indagini sui crimini perpetrati dalle sette risultano così difficili? «Un qualsiasi delitto si attua e prende corpo per un bisogno istantaneo o per una serie di processi ideativi (delitti d'impulso e delitti premeditati); nei delitti perpetrati all'interno di una setta queste linee di demarcazione sono spesso friabili e agevolmente valicabili in quanto non viene più percepita una linearità nell'attività criminale; i moventi in un delitto settario sono molto più distanti dalla comprensione. Per controbattere con attività investigative prima di tutto è necessario capire come agisce una setta e gli equilibri esistenti all'interno della stessa, vi sarà la necessità da parte dell'investigatore di immedesimarsi nei comportamenti degli appartenenti al gruppo. Spesso questi tipi di reati rimangono ad opera d'ignoti per particolari e sfortunate situazioni di tempo e di luogo o talvolta per una minore comprensione delle variabili sopra espresse da parte di chi deve investigare». M.B.
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