Italia
Multisala, Assindustria dice no
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Arriva anche la presa di posizione dell'Associazione Industriali sul progetto multisala alla ex Dalmine. Ed è una posizione critica: attenzione, dice Assindustria, iniziative come queste ne bloccano altre. Ad esempio: vicino alla multisala non potranno essere insediate attività che producono fumi o rumori.
È la questione irrisolta delle "aree di bordo, create alla fine degli anni Ottanta, quando la grande industria veniva smantellata, cioè zone al confine della zona industriale in cui è stato previsti innesti commerciali e di servizi all'interno di un corpo territoriale fino al quel momento ordinato e vocato alle attività industriali. «Il progetto della Zona Industriale, che nonostante non poche smagliature resta ancora l'intervento urbanistico del dopoguerra più razionale realizzato nella fascia costiera tra Viareggio e La Spezia - ripercorre Assindustria - prevedeva sin dalla sua nascita innesti di attività non strettamente industriali, ma sempre all'interno di un disegno unitario: le previsioni di aree per attività commerciali e di servizi erano quelle ausiliarie alle imprese (terziario..) o ai dipendenti delle aziende (mense, punti ristoro, edicole, bar)». Poi, in quell'area - aggiungiamo noi - è nato anche il centro commerciale Carrefour... Ma mescolare funzioni diverse «che confondono abitudini, mappe mentali e spostamenti materiali della popolazione produce decisamente più costi che benefici», sostiene Assindustria, secondo cui oggi, in una realtà dove il peso dell'industria nell'economia locale è sceso al 20% bisogna preoccuparsi di «mantenere attraente il contesto locale per le attività industriali» affinchè quella percentuale non si riduca ancora. E, dunque, «il progetto di realizzare una multisala cinematografica in una parte dell'area Dalmine, sulla via Dorsale, ripropone con urgenza l'esigenza di una adeguata politica urbanistica». Perchè l'insediamento, «spesso non programmato», di edifici commerciali e residenziali nella Zia «continua a creare problemi tanto più gravi quanto più i progetti sono, come in questo caso, invasivi e avulsi dalle attività limitrofe. Per effetto degli standard di sicurezza comunitari e nazionali, si corre il rischio di incompatibilità con alcune attività produttive dentro l'intero parco industriale apuano come la saldatura o la resinatura e tutte quelle che emettono rumori».
«Con i problemi che abbiamo - dice ancora l'Associazione - ben vengano nuovi progetti imprenditoriali: turismo, distribuzione, servizi per le persone, ma il territorio non ne avrà beneficio se per una nuovo piano che decolla ne chiude un altro». In altre parole: la caratteristica fondamentale della Zona Industriale sta nella maglia di collegamenti viari e ferroviari e nella vicinanza al porto commerciale e all'autostrada. Ed è grazie a questa combinazione che la Zia ospita produzioni a elevato valore aggiunto e alcune eccellenze mondiali in settori come la meccanica (Pignone), i prodotti ceramici (Sanac), la nautica (gruppo Fipa), il trading dei graniti (Red) e la chimica (Solvay). Ma «se nelle politiche territoriali prevarrà la commistione tra funzioni diverse - chiude Assindustria - dovremmo rassegnarci a Una nuova deindustrializzazione come quella degli anni 80-90. Un rischio che non possiamo permetterci di correre». C.F.
È la questione irrisolta delle "aree di bordo, create alla fine degli anni Ottanta, quando la grande industria veniva smantellata, cioè zone al confine della zona industriale in cui è stato previsti innesti commerciali e di servizi all'interno di un corpo territoriale fino al quel momento ordinato e vocato alle attività industriali. «Il progetto della Zona Industriale, che nonostante non poche smagliature resta ancora l'intervento urbanistico del dopoguerra più razionale realizzato nella fascia costiera tra Viareggio e La Spezia - ripercorre Assindustria - prevedeva sin dalla sua nascita innesti di attività non strettamente industriali, ma sempre all'interno di un disegno unitario: le previsioni di aree per attività commerciali e di servizi erano quelle ausiliarie alle imprese (terziario..) o ai dipendenti delle aziende (mense, punti ristoro, edicole, bar)». Poi, in quell'area - aggiungiamo noi - è nato anche il centro commerciale Carrefour... Ma mescolare funzioni diverse «che confondono abitudini, mappe mentali e spostamenti materiali della popolazione produce decisamente più costi che benefici», sostiene Assindustria, secondo cui oggi, in una realtà dove il peso dell'industria nell'economia locale è sceso al 20% bisogna preoccuparsi di «mantenere attraente il contesto locale per le attività industriali» affinchè quella percentuale non si riduca ancora. E, dunque, «il progetto di realizzare una multisala cinematografica in una parte dell'area Dalmine, sulla via Dorsale, ripropone con urgenza l'esigenza di una adeguata politica urbanistica». Perchè l'insediamento, «spesso non programmato», di edifici commerciali e residenziali nella Zia «continua a creare problemi tanto più gravi quanto più i progetti sono, come in questo caso, invasivi e avulsi dalle attività limitrofe. Per effetto degli standard di sicurezza comunitari e nazionali, si corre il rischio di incompatibilità con alcune attività produttive dentro l'intero parco industriale apuano come la saldatura o la resinatura e tutte quelle che emettono rumori».
«Con i problemi che abbiamo - dice ancora l'Associazione - ben vengano nuovi progetti imprenditoriali: turismo, distribuzione, servizi per le persone, ma il territorio non ne avrà beneficio se per una nuovo piano che decolla ne chiude un altro». In altre parole: la caratteristica fondamentale della Zona Industriale sta nella maglia di collegamenti viari e ferroviari e nella vicinanza al porto commerciale e all'autostrada. Ed è grazie a questa combinazione che la Zia ospita produzioni a elevato valore aggiunto e alcune eccellenze mondiali in settori come la meccanica (Pignone), i prodotti ceramici (Sanac), la nautica (gruppo Fipa), il trading dei graniti (Red) e la chimica (Solvay). Ma «se nelle politiche territoriali prevarrà la commistione tra funzioni diverse - chiude Assindustria - dovremmo rassegnarci a Una nuova deindustrializzazione come quella degli anni 80-90. Un rischio che non possiamo permetterci di correre». C.F.
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