Italia
Un tunnel, e il marmodi Michelangelo non si esaurirà
Luca Cinotti
Un giacimento di marmo statuario che ora l'Henraux, maggiore azienda del lapideo in Versilia, sta per "aggredire" con il progetto di un maxitunnel che taglierà il monte da versante a versante
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SERAVEZZA. «Il marmo più puro e perfetto ch'i' abbi mai visto». Così era, per Michelangelo Buonarroti, la pietra del Monte Altissimo. 1.589 metri che nascondono ancora un tesoro d'oro bianco: un giacimento di marmo statuario che ora l'Henraux, maggiore azienda del lapideo in Versilia, sta per "aggredire" con il progetto di un maxitunnel che taglierà il monte da versante a versante.
Un'impresa che riecheggia proprio quella del grande Buonarroti che, intorno al 1520, costruì una strada impossibile per trasportare i blocchi che (almeno fino a quando papa Leone X Medici non ebbe un ripensamento) avrebbero dovuto servire per la facciata di San Lorenzo.
Oggi che non si lavora più con braccia, leve e corde, la Henraux si è affidata al Centro di geotecnologie dell'Università di Siena (con sede a San Giovanni Valdarno). L'obiettivo, dichiarato, è di sfruttare la ancora grandissime capacità dell'Altissimo (si parla di marmo per 200 anni) cercando, contemporaneamente, di ridurre al minimo i problemi di autorizzazioni e impatto ambientale.
Il progetto preparato dal Centro di geotecnologie prevede infatti di non tagliare più l'esterno della montagna (visibile in tutta la sua imponenza dalla costa) e di poter lavorare senza l'utilizzo dell'acqua. Tutti fattori che potrebbero massimizzare la resa e ridurre i problemi ambientali che, visto che siamo in zona Parco delle Apuane, portano spesso a dover soddisfare pesanti prescrizioni per poter estrarre la pietra. L'inizio del lavoro in quota dovrebbe essere questione di settimane, se non di giorni: giusto il tempo di avere l'ok dalla conferenza dei servizi.
Il punto di ingresso sarà la cava Granolesa, sul versante "interno" dell'Altissimo (quello opposto rispetto allo storico sito delle Cervaiole): da lì partirà una galleria centrale che attraverserà tutta la montagna e dalla quale si dirameranno i tunnel di escavazione a caccia dei materiali più pregiati.
Il progetto può contare anche su un finanziamento di 630mila euro grazie ai fondi europei erogati dalla Regione Toscana. Secondo alcuni calcoli di chi lavora nell'ambiente del lapideo, questa cifra garantirebbe di coprire le spese dei primi 6-7 mesi di lavorazione: un periodo cruciale per capire se, effettivamente, il gioco vale la candela.
La Henraux, fondata nel 1821 dal francese Jean Baptiste Alexandre Henraux, è uno dei nomi storici del lapideo in Alta Versilia: a lei sono legati molti scultori fra i quali il più significativo è il britannico Henry Moore che aprì la stagione della Versilia "patria d'artisti". Ma la Henraux, oggi guidata da Paolo Carli, è anche la società che negli ultimi mesi è stata oggetto di critiche per aver passato le concessioni di alcune sue cave a una società da lei interamente controllata, la "Marmi della Versilia".
E anche sul progetto del maxitunnel le prime voci critiche cominciano a farsi sentire.
Un comitato di cittadini della montagna seravezzina ha ricordato infatti che sulla proprietà dell'area è in corso un procedimento di fronte al Tribunale per gli usi civici del Lazio. E che lo scavo in galleria non è di per sé sinonimo di ecocompatibilità, visto che si va a incidere in profondità sulle falde acquifere.
Insomma, per chi vive sul grande monte non è tutto oro (bianco) quel che riluce.
Un'impresa che riecheggia proprio quella del grande Buonarroti che, intorno al 1520, costruì una strada impossibile per trasportare i blocchi che (almeno fino a quando papa Leone X Medici non ebbe un ripensamento) avrebbero dovuto servire per la facciata di San Lorenzo.
Oggi che non si lavora più con braccia, leve e corde, la Henraux si è affidata al Centro di geotecnologie dell'Università di Siena (con sede a San Giovanni Valdarno). L'obiettivo, dichiarato, è di sfruttare la ancora grandissime capacità dell'Altissimo (si parla di marmo per 200 anni) cercando, contemporaneamente, di ridurre al minimo i problemi di autorizzazioni e impatto ambientale.
Il progetto preparato dal Centro di geotecnologie prevede infatti di non tagliare più l'esterno della montagna (visibile in tutta la sua imponenza dalla costa) e di poter lavorare senza l'utilizzo dell'acqua. Tutti fattori che potrebbero massimizzare la resa e ridurre i problemi ambientali che, visto che siamo in zona Parco delle Apuane, portano spesso a dover soddisfare pesanti prescrizioni per poter estrarre la pietra. L'inizio del lavoro in quota dovrebbe essere questione di settimane, se non di giorni: giusto il tempo di avere l'ok dalla conferenza dei servizi.
Il punto di ingresso sarà la cava Granolesa, sul versante "interno" dell'Altissimo (quello opposto rispetto allo storico sito delle Cervaiole): da lì partirà una galleria centrale che attraverserà tutta la montagna e dalla quale si dirameranno i tunnel di escavazione a caccia dei materiali più pregiati.
Il progetto può contare anche su un finanziamento di 630mila euro grazie ai fondi europei erogati dalla Regione Toscana. Secondo alcuni calcoli di chi lavora nell'ambiente del lapideo, questa cifra garantirebbe di coprire le spese dei primi 6-7 mesi di lavorazione: un periodo cruciale per capire se, effettivamente, il gioco vale la candela.
La Henraux, fondata nel 1821 dal francese Jean Baptiste Alexandre Henraux, è uno dei nomi storici del lapideo in Alta Versilia: a lei sono legati molti scultori fra i quali il più significativo è il britannico Henry Moore che aprì la stagione della Versilia "patria d'artisti". Ma la Henraux, oggi guidata da Paolo Carli, è anche la società che negli ultimi mesi è stata oggetto di critiche per aver passato le concessioni di alcune sue cave a una società da lei interamente controllata, la "Marmi della Versilia".
E anche sul progetto del maxitunnel le prime voci critiche cominciano a farsi sentire.
Un comitato di cittadini della montagna seravezzina ha ricordato infatti che sulla proprietà dell'area è in corso un procedimento di fronte al Tribunale per gli usi civici del Lazio. E che lo scavo in galleria non è di per sé sinonimo di ecocompatibilità, visto che si va a incidere in profondità sulle falde acquifere.
Insomma, per chi vive sul grande monte non è tutto oro (bianco) quel che riluce.
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