Il Tirreno

«Reparto modello, zero decessi»

Fabrizio Palagi

Clara Cavellini, politica e ostetrica, replica alle accuse di scarsa sicurezza

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 PONTREMOLI. Mentre nel reparto di ostetricia-maternità dell'ospedale Sant'Antonio Abate sta circolando la notizia della prossima chiusura, imposta dall'assessore regionale, Daniela Scaramuccia, tutto il personale in servizio viene convocato urgentemente per un caso di emergenza.  Un caso che, ore più tardi, si risolverà con un taglio cesareo, scongiurando così rischi per madre e nascituro.  Ma la domanda d'obbligo che, subito dopo, serpeggia nei corridoi del reparto è: cosa succederà, in casi analoghi, quando verrà chiusa l'ostetricia? In effetti il personale del reparto pontremolese (due medici, 6 ostetriche più una part-time e altrettante infermiere), se lo sta chiedendo da tempo, peraltro come molte donne della Lunigiana che, dal prossimo 2 febbraio, non avranno più a disposizione il punto nascita.  Il primario di ostetricia-maternità, dottor Paolo Migliorini, da 15 anni alla guida del reparto pontremolese, aveva da tempo segnalato la non totale sicurezza della struttura sanitaria da lui diretta, evidenziando il fatto che, «a causa del basso standard di nascite all'anno, il personale non poteva garantire i necessari requisiti di sicurezza». Una dichiarazione che ha lasciato perplessi alcuni addetti ai lavori, ma che il medico così sintetizza: «Capisco che, per un centro non certo grande come Pontremoli, è doloroso perdere uno dei punti di riferimento dell'intero territorio, ma è anche vero che per il futuro viene richiesto personale sempre più qualificato, fattore che le attuali nascite all'anno non possono garantire. Superiamo infatti i 200 parti annuali, troppo pochi rispetto al limite minimo per il mantenimento della struttura, fissato a 500 all'anno. Da dire, inoltre, che la Lunigiana potrebbe raggiungere circa 350 parti all'anno, ma una buona parte di mamme, un centinaio, preferisce partorire in altri ospedali, come Opa di Massa, Spezia o Sarzana, prima della chiusura del reparto maternità di quest'ultimo».  A proposito di dati, il reparto del Sant'Antonio Abate dispone di impianto per il parto in acqua, usato per circa il 30% dei casi. Si tratta di una vasca posta in sala travaglio, attiva da fine anni Novanta.  Clara Cavellini, una delle ostetriche in questione, nonchè consigliere comunale del Pdl di Filattiera, così commenta la situazione: «Ma come è potuto accadere che la Regione Toscana, senza colpo ferire, sia riuscita a imporre una scelta come quella di chiudere l'unico punto nascita della Lunigiana senza che la Conferenza dei sindaci, alla quale la legge conferisce il potere e quindi il dovere di votare gli indirizzi di programmazione dei servizi sanitari attraverso il Pal, ossia il Piano attuativo Locale, si opponesse realmente? La cosa diventa ancora più inspiegabile quando si considera il fatto che il sindaco è la massima autorità locale in campo sanitario, che in Italia i reparti di ostetricia con una casistica sotto i 500 secondo le ultime fonti che risalgono al 2006 sono il 34%, che sull'altro versante dell'Appennino tosco-emiliano esista il reparto di Borgotaro, che nessuno si sogna di chiudere pur non avendo gli standard di sicurezza che il reparto lunigianese possiede, come: guardia sulle 24 ore degli anestesisti, dei ginecologi e ultimamente anche dei pediatri, che in provincia di Arezzo esista il reparto di Bibbiena che dista circa 35 km da Arezzo che ha una media di 320-340 parti l'anno in cui mancano gli stessi standard di sicurezza di Borgo Val di Taro, ma a detta dell'assessore Scaramuccia, non rischia la chiusura».  «Altrettanto assurdo - prosegue Cavellini - resta il fatto che una lettera firmata dai medici del reparto dell'Opa di Massa, che hanno tutto l'interesse a recuperare personale medico e ostetrico dalla chiusura del reparto della zona Lunigiana, definisse pericoloso e quindi diffamasse un reparto in cui i dati dei cesarei e della natimortalità degli ultimi dieci anni sono al di sotto delle medie nazionali e in linea con quelli regionali, che non presenta contenziosi giudiziari ed è inserito in una struttura ospedaliera con una rianimazione, dei medici specialisti in altre discipline e una diagnostica degna di un ospedale, requisiti che non annovera il reparto dell'Opa, che si erge come una cattedrale nel deserto agli antipodi della provincia, pur avendo anche l'incombenza di funzionare come pronto soccorso ostetrico e pediatrico».  E la conclusione: «Chi, con grande e lungimirante programmazione politica, ha deciso di fare scempio di tutti i punti nascita della provincia?».

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