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Malati d'amianto al Pignone In aula sfilano gli ex operai «Si lavorava senza protezioni»
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Al tribunale sfilano gli ex operai del Pignone Il racconto delle tute blu: negli anni Sessanta ci dicevano che non c'era alcun problema, poi tutto è cambiato rapidamente
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MASSA. Processo per lesioni a tre responsabili del Pignone che, dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta, hanno diretto lo stabilimento. Durante quegli anni l'amianto ha fatto ammalare e in qualche caso ha ucciso gli operai che lavoravano nella fabbrica. Il pm Rossella Soffio sostiene che quelle tute blu si sono rovinate la salute perché nessuno gli ha detto che era nocivo lavorare senzaòprotezioni in quegli ambienti, le difese invece dicono che erano gli operai - pur sapendolo - anon proteggersi come era stato detto loro. Ieri hanno parlato cinque di loro. Il processo è una tranche del filone che riguarda le morti al Nuovo Pignone. Non è stato semplice ricordare quegli anni per gli ex operai del Pignone, che per quel lavoro hanno perso la salute. In questo processo sono in sette ad accusare i dirigenti dello stabilimento di lesioni colpose e a costituirsi parte civile. A rappresentarli l'avvocato Nicoletta Cervia. Due loro compagni sono morti per quella malattia e così il gip dovrà riformulare l'accusa: da lesioni a omicidio colposo. Non è stato semplice riaprire il libro dei ricordi per la tuta blu Angelo Spigarolo che negli anni Settanta era entrato nel consiglio di fabbrica per tutelare se stesso e i suoi compagni. L'uomo si è contraddetto più volte facendo innervosire il pubblico ministero Rossella Soffio, che gli ha dovuto contestare le dichiarazioni spontanee rilasciate nel 2009. E lui non voleva nascondere, semplicemente si stava confondendo: «Fino agli anni Sessanta - ha detto quando si è ripreso - quando andavamo in infermerie non ci facevano nulla, il medico ci chiedeva di dire trentatré e poi ci rimandava in reparto. Io gli avevo detto che mi ero ammalato di pleurite per ben due volte, ma loro mi rimandavano a lavorare dicendo che stavo bene». Solo negli anni Settanta, verso la metà, si cominciò a fare qualcosa. Con l'intervento della Medicina del lavoro. A Spigarolo grazie a questi controlli fu diagnosticato un problema peggiore della pleurite. E fu mandato al Cnr di Pisa per ulteriori esami. Era il 1979, ma il suo datore di lavoro per spostarlo da quei reparti dove si respirava polvere d'amianto impiegò altri due anni: «Fui spostato nel reparto nucleare nel 1981. Lì non c'era polvere, lì si stava bene». L'anziano però continuava a confondersi. E interrogarlo non è stato sempl,ice per il pm: «Usavamo dei teli di amianto per poter convogliare il calore quando si verificavano delle rotture nei forni, poi quei teli li gettavamo per terra dove capitava per poterli riutilizzare ancora quando se ne presentava la possibilità». E ancora: «Non usavamo mascherine, ma dopo che avevamo visto che ci veniva la tosse e che sputavamo sangue ci hanno detto di usare garze e cotone per coprire la bocca». Il punto più importante quando è spuntato una sorta di vademecum. Delle disposizioni che l'azienda aveva scritto per dire agli operai come comportarsi quando lavoravano a contatto con l'amianto. Né Spigarolo né i suoi compagni lo avevano mai visto. «Saranno delle comunicazioni interne, ma noi non lo abbiamo mai visto». Prossima udienza il 15 febbraio.
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