Sicurezza
Natale a casa per Angelo Morelli: «Voglio tornare al lavoro»
Cinzia Carpita
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«Dell'incidente non ricordo nulla, non mi ricordo neppure del giorno prima... Mi sono svegliato a Pisa. Ora voglio tornare a lavorare appena possibile, e non so se avrò paura a fare ancora le mine, ma credo che la mia vita sarà quella di sempre». Ha le mani e le braccia segnate dalle bruciature appena guarite, le gambe ancora fasciate, e uno sguardo pensieroso.
Nel complesso, Angelo Morelli sta bene. Gli amici dicono che è «un miracolato». Lui, il "fuochino" di 52 anni, ci parla di sè mentre sta comodamente seduto nella poltrona della sua casa, a Bergiola, coccolato dalla mamma Pietrina Dell'Amico e dalla zia Maria Margherita. Fuori nevischia, e c'è il camino acceso nella casa dove ha potuto tornare l'antivigilia di Natale, dopo un lungo ricovero a Pisa, per le gravi ustioni riportate nell'infurtunio del 13 ottobre scorso alle cave di Gioia, a seguito del quale il suo compagno di lavoro, Augusto Ricci, investito anche lui dalla fiammata della polvere "nera", purtroppo non ce l'ha fatta. Angelo Morelli ora lo sa: glielo hanno detto i familiari, sapendo il dolore che avrebbe provato. Ma non poteva non essere informato.
«Ma me lo sono immaginato che Augusto non c'era più - racconta Morelli - Quando mi sono risvegliato a Pisa, e ho cominciato a chiedere di lui, mi dicevano che era ricoverato a Genova, ma erano evasivi tutte le volte che domandavo di lui, poi mi hanno detto che era morto».
Non sa dare spiegazioni dell'accaduto: «Faccio il fuochino da 30 anni. La polvere nera è delicata, sensibile più di altri esplosivi». Ma, anche se si sarà fatto mille domande sul perché di quella fiammata, una risposta non ce l'ha. Per lui è un buco nero quel 13 ottobre, quando l'improvvisa vampata partita, non si sa perché, da alcuni sacchetti di polvere esplosiva, ha investito i due cavatori, annerendo il box prefabbricato in cui - secondo la ricostruzione dell'incidente - si trovavano.
Due destini uniti nell'infortunio in cava, e diametralmente diversi nell'epilogo. Chissà quante volte nella giornata Angelo Morelli pensa al suo amico Augusto. «I suoi familiari mi sono venuti a trovare a Pisa». E ora per il cavatore fuochino, c'è solo da guardare avanti, perché la vita continua.
«Non ricordo alcun dolore, a Pisa mi hanno tenuto sotto coma farmacologico, e quando mi sono svegliato, non mi rendevo conto di nulla. Per me quei 40 giorni di nulla sono passati come un minuto. Poi, quando ho cominciato a stare meglio le ore non passavano mai all'ospedale. Quando ho potuto alimentarmi da solo, ho chiesto un piatto di trippa, me l'hanno portato». Dopo che è stato dimesso, ha seguito per una quindicina di giorni terapie riabilitative alla Don Gnocchi. «Fino a dieci giorni fa non camminavo, ora cammino». Nell'ultimo controllo fatto a Pisa, gli hanno detto gambe e braccia vanno bene. Sa che ci vorrà ancora del tempo, per la completa guarigione, ma ha voglia di tornare a lavorare alle cave. Di tornare a coltivare il suo orto, di andare per funghi.
Da quando è stato dimesso, nella sua casa c'è un continuo via-vai di gente, che lo va a trovare: i cavatori della cooperativa di Gioia, amici, paesani, parenti vari, anche il sindaco Zubbani gli ha fatto gli auguri. Chi porta una bottiglia di vino, chi qualche altro regalo. Mamma Pietrina ora ha il viso sereno, per quel figlio che il destino non gli ha tolto.
Per lei e per tutti coloro che conosco Angelo, e che hanno fatto la spola fra Carrara e Pisa durante il suo ricovero, il Natale è stato una rinascita. Seppure con la dolorosa consapevolezza che non è stato così per la famiglia di Augusto Ricci.
Delle indagini sull'accaduto si sta occupando la magistratura, per capire come possa essersi incendiata una parte della polvere esplosiva che doveva essere utilizzata - secondo quanto si è appreso - in un versante di cava per staccare alcune parti di un fronte di marmo.
Ma da parte dei familiari, degli amici e dei colleghi di cava, tutte le attenzioni (e con un pensiero rivolto alla famiglia di Ricci) ora sono concentrate sulla completa guarigione di Angelo Morelli. E a questo augurio si unisce anche la redazione del Tirreno.
Gli chiediamo: che regalo le hanno fatto per Natale? Non fa in tempo a rispondere: «Il regalo - dicono subito la mamma e la zia - ce lo ha fatto lui. Tornando a casa vivo».
Nel complesso, Angelo Morelli sta bene. Gli amici dicono che è «un miracolato». Lui, il "fuochino" di 52 anni, ci parla di sè mentre sta comodamente seduto nella poltrona della sua casa, a Bergiola, coccolato dalla mamma Pietrina Dell'Amico e dalla zia Maria Margherita. Fuori nevischia, e c'è il camino acceso nella casa dove ha potuto tornare l'antivigilia di Natale, dopo un lungo ricovero a Pisa, per le gravi ustioni riportate nell'infurtunio del 13 ottobre scorso alle cave di Gioia, a seguito del quale il suo compagno di lavoro, Augusto Ricci, investito anche lui dalla fiammata della polvere "nera", purtroppo non ce l'ha fatta. Angelo Morelli ora lo sa: glielo hanno detto i familiari, sapendo il dolore che avrebbe provato. Ma non poteva non essere informato.
«Ma me lo sono immaginato che Augusto non c'era più - racconta Morelli - Quando mi sono risvegliato a Pisa, e ho cominciato a chiedere di lui, mi dicevano che era ricoverato a Genova, ma erano evasivi tutte le volte che domandavo di lui, poi mi hanno detto che era morto».
Non sa dare spiegazioni dell'accaduto: «Faccio il fuochino da 30 anni. La polvere nera è delicata, sensibile più di altri esplosivi». Ma, anche se si sarà fatto mille domande sul perché di quella fiammata, una risposta non ce l'ha. Per lui è un buco nero quel 13 ottobre, quando l'improvvisa vampata partita, non si sa perché, da alcuni sacchetti di polvere esplosiva, ha investito i due cavatori, annerendo il box prefabbricato in cui - secondo la ricostruzione dell'incidente - si trovavano.
Due destini uniti nell'infortunio in cava, e diametralmente diversi nell'epilogo. Chissà quante volte nella giornata Angelo Morelli pensa al suo amico Augusto. «I suoi familiari mi sono venuti a trovare a Pisa». E ora per il cavatore fuochino, c'è solo da guardare avanti, perché la vita continua.
«Non ricordo alcun dolore, a Pisa mi hanno tenuto sotto coma farmacologico, e quando mi sono svegliato, non mi rendevo conto di nulla. Per me quei 40 giorni di nulla sono passati come un minuto. Poi, quando ho cominciato a stare meglio le ore non passavano mai all'ospedale. Quando ho potuto alimentarmi da solo, ho chiesto un piatto di trippa, me l'hanno portato». Dopo che è stato dimesso, ha seguito per una quindicina di giorni terapie riabilitative alla Don Gnocchi. «Fino a dieci giorni fa non camminavo, ora cammino». Nell'ultimo controllo fatto a Pisa, gli hanno detto gambe e braccia vanno bene. Sa che ci vorrà ancora del tempo, per la completa guarigione, ma ha voglia di tornare a lavorare alle cave. Di tornare a coltivare il suo orto, di andare per funghi.
Da quando è stato dimesso, nella sua casa c'è un continuo via-vai di gente, che lo va a trovare: i cavatori della cooperativa di Gioia, amici, paesani, parenti vari, anche il sindaco Zubbani gli ha fatto gli auguri. Chi porta una bottiglia di vino, chi qualche altro regalo. Mamma Pietrina ora ha il viso sereno, per quel figlio che il destino non gli ha tolto.
Per lei e per tutti coloro che conosco Angelo, e che hanno fatto la spola fra Carrara e Pisa durante il suo ricovero, il Natale è stato una rinascita. Seppure con la dolorosa consapevolezza che non è stato così per la famiglia di Augusto Ricci.
Delle indagini sull'accaduto si sta occupando la magistratura, per capire come possa essersi incendiata una parte della polvere esplosiva che doveva essere utilizzata - secondo quanto si è appreso - in un versante di cava per staccare alcune parti di un fronte di marmo.
Ma da parte dei familiari, degli amici e dei colleghi di cava, tutte le attenzioni (e con un pensiero rivolto alla famiglia di Ricci) ora sono concentrate sulla completa guarigione di Angelo Morelli. E a questo augurio si unisce anche la redazione del Tirreno.
Gli chiediamo: che regalo le hanno fatto per Natale? Non fa in tempo a rispondere: «Il regalo - dicono subito la mamma e la zia - ce lo ha fatto lui. Tornando a casa vivo».
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