Il Tirreno

L’ultima sfida. Nessuna alternativa: manca un progetto industriale e le aree sono dell’azienda

Ultima chance il Tribunale

Chiara Sillicani
<b>IL CONSULTO.</b> Gli avvocati dei sindacati durante l&#146;assemblea
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IL CONSULTO. Gli avvocati dei sindacati durante l’assemblea

E ora gli operai portano la Eaton davanti al giudice

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 MASSA. Adesso si va in Tribunale. Da un parte, la Eaton, dall'altra 304 operai che giocano la loro ultima carta. Perché loro sono senza un lavoro, la Eaton, invece, ha una freccia importante al suo arco e non da poco: è proprietaria dell'area. Una speranza c'era e si chiamava reindustrializzazione, ma all'orizzonte si profilano soltanto ipotesi, ancora lontane dalla concretizzazione.  Allora non rimane che il Tribunale, anche se la partita non è semplice. Perché tutto si gioca su aspetti formali e anche di fronte ad una vittoria, l'ipotesi reintegro è quasi impensabile, con una fabbrica senza macchinari, rimasta uno scheletro. Ma i lavoratori non hanno altre carte e tentano il tutto per tutto. La partita si giocherà in tempi brevi perchè i termini scadono il 15 gennaio. I legali chiederanno la procedura d'urgenza e a metà febbraio la sorte degli operai sarà definita. Una battaglia legale su due fronti: su uno le impugnazioni del licenziamento da parte di tutti i lavoratori, dall'altra un percorso condiviso che mira a far condannare l'azienda per comportamento antisindacale. Le strategie sono in mano agli avvocati dei sindacati e non si tratta di nomi di poco conto: in campo Claudio Lalli (Cgil), Roberto Valettini (Cisl), Attilio Pegazzano (Uil) e Giuseppe Brondi (Ugl). Sono loro a spiegare, in assemblea, qual'è la portata della sfida. Perché l'impugnazione non è basata sul merito, ma soltanto su aspetti formali. Dopo la prima lettera in cui si intimava il licenziamento (a settembre), in sede giudiziale è stato raggiunto un accordo. Ma il 15 novembre una nuova lettera viene recapitata agli operai: si comunica che i licenziamenti sono nuovamente efficaci, dal 15 dicembre. Senza attivare una nuova procedura, ma, per così dire, ridando vita alla vecchia. Un errore tecnico che - ritengono i legali - determina l'illegittimità del licenziamento. Gli operai, in nome di quella illegittimità, chiederanno il reintegro nonchè il risarcimento danni. Reintegro - ipotesi difficile - significherebbe tornare a lavoro con un risarcimento, appunto di 5 mesi. E chi non accettasse avrebbe allora diritto ad una seconda opzione, risarcimento pari a 20 mesi. Tra gli avvocati c'è chi è più ottimista. Claudio Lalli rassicura gli operai. Qualcuno si fa la più spontanea delle domande: se dovessimo perdere? E ci toccasse pure pagare le spese? Il legale della Cgil invita a non prendere in considerazione l'ipotesi. E anche in caso di sconfitta, così scottante da motivare il giudice ad addebitare le spese, le tasche, già malridotte degli operai, non verrebbero toccate. Ma c'è anche chi, come l'avvocato Brondi invita ad «evitare aspettative a 360 gradi». Insomma, il messaggio è chiaro: la causa non è la panacea di tutti i mali. C'è un'altra battaglia: quella per la reindustrializzazione.

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