Il Tirreno

Bergiola attende giustizia

David Chiappuella
Marco De Paolis procuratore militare
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Marco De Paolis procuratore militare

Ricordata la strage nazifascista. De Paolis: l'Aia deve decidere

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 CARRARA. «La possibilità di ottenere giustizia per la strage di Bergiola mi sembra molto scarsa, dopo così tanto tempo. Ma non dobbiamo mai smettere di lottare per arrivare alla verità, anche a 70 anni di distanza da quei fatti». Così Marco De Paolis, procuratore militare della Repubblica di Roma, si è rivolto al folto pubblico nella sala di rappresentanza del municipio, composto soprattutto da studenti, in occasione della giornata di studio sulla strage nazifascista di Bergiola Foscalina. Sono intervenuti anche il sindaco Angelo Zubbani e gli storici Paolo Pezzino e Giovanni Contini. De Paolis, che come procuratore del tribunale militare di La Spezia dal 2003 al 2008 ha interrogato più di cento nazisti per arrivare alla verità sulle stragi in Toscana ed in Emilia Romagna, istruendo ben 13 processi contro criminali di guerra, sta seguendo anche il procedimento giudiziario sul massacro di Bergiola, costato la vita a 61 civili, molti dei quali donne e bambini, trucidati dalle SS naziste e da alcuni reparti delle brigate nere repubblichine. «Anche se non potrà essere fatta giustizia è importante che la gente sappia». E, sollecitato dall'ex partigiano Giorgio Mori della brigata Garibaldi, ha anche fatto chiarezza sulla voce secondo la quale il tribunale internazionale dell'Aia avrebbe bocciato le richieste di risarcimento inoltrate alla Germania dagli eredi delle vittime dei criminali di guerra. «La Germania - ha detto il procuratore - è stata da alcune sentenze condannata a risarcire i danni causati dai suoi ex militari, ma ha contestato con argomenti di diritto internazionale, ricorrendo al tribunale dell'Aia, che per adesso non ha ancora preso una decisione. Il governo italiano, però, con un decreto poi divenuto legge, ha sospeso le sentenze già emesse ai danni della Germania, in attesa che l'Aia decida il da farsi».  Il professor Pezzino, docente di Storia contemporanea all'Università di Pisa ha detto: «La Germania ritiene di aver risolto il problema delle riparazioni di guerra con i trattati di pace di Parigi del 1947, ma le sentenze che ha contestato parlano di danni commessi da criminali di guerra. Il governo tedesco ha contestato anche la richiesta di risarcimento avanzata dagli italiani internati nei lager, sostenendo che essi, in quanto prigionieri di guerra, non ne avrebbero diritto. Ma queste persone non possono essere definite prigionieri di guerra perché non furono trattate secondo i principi della Convenzione di Ginevra. L'Aia, comunque, sembrerebbe propensa a dar ragione ai tedeschi». Per arrivare ad un definitivo inquadramento storico e come segno di amicizia i governi italiano e tedesco hanno creato congiuntamente una Commissione storica composta da Pezzino e da altri 9 storici (5 tedeschi e 4 italiani) che dovrebbe produrre una relazione finale entro il 2012. A Pezzino è andato anche il compito di ricostruire le dinamiche dell'eccidio di Bergiola: «Questa strage fu perpetrata dalla 16a divisione SS del maggiore Walter Reder e da alcuni fascisti italiani dopo l'uccisione di un militare tedesco alla Foce». Secondo Pezzino, però, quella di Bergiola, come le altre avvenute in Toscana ed in Emilia Romagna, sarebbe da considerare non una rappresaglia, ma una strage "eliminazionista", volta alla distruzione fisica di popolazioni ritenute fiancheggiatrici dei partigiani. «Massacri come quello di Bergiola intendevano far terra bruciata intorno a comunità ritenute traditrici e colluse con il nemico. Gli uomini che si macchiarono di queste crudeltà erano giovani soldati di leva, di neppure 20 anni, provenienti dalla Gioventù Hitleriana ed abituati ad eseguire senza discutere gli ordini più feroci, mentre i loro ufficiali erano dei fanatici nazisti che avevano combattuto sul fronte orientale ed erano quindi abituati a ricorrere alla violenza più estrema». Lo studioso ha poi ricordato come nessuno dei responsabili del massacro sia stato ancora condannato».

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