Il Tirreno

Pianeta marmo. Nero su bianco, poche migliaia di lire fino a meno di 15 anni fa

Ecco le cifre dello scandalo

Uno scorcio delle cave
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Uno scorcio delle cave

I canoni di concessione ridicoli che pagavano i baroni

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 CARRARA. Ventuno euro l'anno di canone di concessione, 7mila di tassa marmi: non se la passava male il presidente di Assindustria fino a una dozzina d'anni fa. E come lui, tutti gli altri baroni del marmo che per 200 anni, grazie alle Leggi estensi e al meccanismo perverso su cui non è mai stata fatta luce, grazie al quale fu tenuto bloccato il regolamento degli agri marmiferi dal 1927 al 1994, pagarono cifre ridicole.  40mila delle vecchie lire. Ridicole, risibili: come giudicare le cifre del canone di concessione per gli agri marmiferi? Ha ragione l'industriale Andrea Franzoni quando dice che quelle "terre", quelle montagne furono affidate ai concessionari per estrarne blocchi, e loro investirono per renderle produttive; ma riconoscerà anche che in 200 anni di canoni irrisori (0,80 lire al metro quadrato, come se appunto fossero campi di patate anziché cave di oro bianco), hanno avuto modo di ammortizzare ampiamente gli investimenti, l'avviamento, e magari di guadagnarci qualcosa.  I canoni di concessione irrisori e scandalosi sono stati spazzati via dalla Corte Costituzionale nel 1995, ma poi ci è rivoluto qualche anno per mettere a punto un meccanismo che permettesse al Comune di iniziare a introitare qualche soldo dai concessionari.  La tassa marmi, come noto, è una leggenda che la pagassero solo i nostri imprenditori: la pagavano ma sempre per cifre tutt'altro che trascendentali. Quando Assindustria dice che fu una concessione quella di rinunciare ai milioni di euro versati, si dimentica di aggiungere qualche particolare. Il primo: abbiamo davanti il ruolo della tassa marmi del 1994, e contiamo 840 contribuenti.  Il principale, come noto, è la Sam-Imeg, per il semplice motivo che qualcuno ebbe la bella idea di portare la sede a San Rocchino, fuori della cinta daziaria. Per il resto, il meccanismo era chiaro: si pagava solo per i blocchi esportati fuori dal Comune, 6.200 lire la tonnellata; ma se il blocco era stato segato, si scendeva a 3.000 lire; per le lastre lavorate, 2.000 lire; 650 lire il cocciame. Nel 1994 il Comune incassò poco meno di cinque miliardi di tassa marmi, ma i concessionari contribuirono a questa cifra per molto meno di un miliardo. Proprio perché non erano loro a esportare blocchi, e semmai potevano far portare fuori i blocchi. La leva fiscale, e una diversa impostazione produttiva, contribuivano a incentivare la lavorazione a Carrara. Pagava di più chi aveva i laboratori a Massa o a Ortonovo. In compenso, per l'escavazione, tutti insieme, i concessionari pagavano 16 milioni di lire, all'anno.  Quindi, il presidente di Assindustria Alessandro Caro, della Caro e Colombi, quando fa scrivere che gli industriali del marmo non sono "vacche da mungere", riesce davvero difficile capire a cosa si riferisca. Se chi l'ha scritto è a corto di documentazione, si faccia dare copia del libro dei canoni di concessione, da cui avevamo attinto le informazioni nella prima metà degli Anni Novanta, e il registro della tassa marmi. E chi aveva convenienza a fare ricorso per farsi restituire gli arretrati di tassa marmi, l'ha tranquillamente fatto. Non poteva farlo chi pagava 7-8mila euro l'anno.  Il problema è che ci sono dei concessionari irriducibili che considerano le cave come proprietà esclusiva o quasi. I fatturati che abbiamo pubblicato nella nostra inchiesta parlano chiaro: a spanne, se Marmi Carrara dichiara nel bilancio di ricavare 157 euro la tonnellata di media, il fatturato del bianco ordinario è sui 140-150 milioni di euro (moltiplichiamo 157 per 900mila tonnellate); lo statuario, visti i bilanci Sam o Umberto Franchi, ormai viaggia stabile fra i 1.000 e i 2.500 euro la tonnellata. In modo prudente, altri 100 milioni di fatturato. Su questi 240-250 milioni annui quant'è la percentuale giusta? 5%? 10%? Lo decida il Comune, ma da solo: i concessionari, dopo decenni che fanno la guerra al Comune (e quindi a tutti noi cittadini tartassati e presi in giro) a colpi di ricorsi, o accettano o lasciano lì le concessioni, che vanno all'asta o le prende una cooperativa dei cavatori che già le lavori. Visti i rendimenti della Coop Gioia, sicuramente non faranno peggio dei baronetti che pensano di prendere in giro noi cittadini con la storia delle vacche da mungere. Oggi, più o meno, dai blocchi arrivano al Comune sugli 8 milioni di euro; sei-sette dai detriti. Da cinque milioni di tonnellate, 15 milionidi euro: 3 euro la tonnellata di media, da una materia prima non riproducibile. Si può? M.B.

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