Fatturazioni false, azienda nei guai
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Lindagine sulle false fatturazioni è partita un anno fa dalla procura di Cremona: la finanza ha scoperto che una società massese era coinvolta nel giro L'indagine nasce a Cremona e coinvolge una società massese
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MASSA. Smantellata dalla guardia di finanza di Cremona un'organizzazione dedita alla frode fiscale, attraverso un giro di false fatturazioni che coinvolgeva oltre cinquanta aziende con sedi in varie province del Nord Italia. Una di queste società si trova a Massa. L'evasione fiscale riguarda 4 milioni di euro di imponibile; sono state inoltre scoperte fatture false per 3,5 milioni, l'Iva dovuta ammonta a 700mila euro. Un commercialista lombardo e un suo collaboratore sono stati arrestati. L'inchiesta, nata un anno fa su input della procura di Cremona, ha individuato una più articolata organizzazione criminale dedita, tra l'altro, alla frode fiscale attraverso l'emissione e l'utilizzo, in via sistematica, di fatture per operazioni inesistenti. In pratica il commercialista, depositario delle scritture contabili di un consistente numero di contribuenti, era riuscito a tessere una fitta rete di collegamenti e rapporti con numerose aziende, allo scopo di evadere e di consentire l'evasione delle imposte sui redditi e dell'imposta sul valore aggiunto ricorrendo al collaudato sistema delle false fatturazioni. L'intera operazione ha tratto origine dalla denuncia presentata da una delle vittime del reato di usura. Grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali i militari del Nucleo di polizia tributaria hanno arrestato il commercialista. Successive, mirate perquisizioni locali, oltre ad ulteriori mezzi di prova comprovanti il reato per il quale si procedeva (tra i quali documenti manoscritti evidenzianti passaggi di denaro contante firmati per ricevuta), portavano al sequestro, tra l'altro, di titoli di credito contraffatti, schede sim clonate e documenti falsi. L'azienda massese, come tutte le altre ditte coinvolte, eseguivano effettivi pagamenti delle somme riportate nelle fatture medesime. Successivamente, il professionista, dopo aver versato gli assegni o i contanti sui conti correnti delle società, restituiva il denaro versato al cliente trattenendo il 20 percento dell'Iva e una "provvigione" per "l'opera prestata". La società massese di fatto non operava, ma utilizzava la ragione sociale per l'emissione di fatture per operazioni inesistenti.
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