Sicurezza
Cibo ed economia. Ma i clienti sono in gran parte massesi, per questo Marina punta soprattutto sui turisti
Effetto sagre, meno 30% per i ristoranti
Chiara Sillicani
Soffrono di più i locali del centro città: perdiamo il 50% dei coperti
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Puntuale, come ogni anno, la polemica sulle sagre, ormai ingrediente immancabile dell'estate massese. Feste di quartiere, di partito, di parrocchia: il paese della sagra. E se per cittadini e turisti si amplia l'offerta, per i ristoratori è tutta un'altra storia. Perché il numero dei clienti crolla e alcuni locali segnano un meno 30%. Va meglio a Marina, a Massa, invece, sono dolori. Perché se i ristoranti del lungomare puntano sui turisti, in città la vita è dura. Così il numero di chi si siede a tavola in centro scende del 40-50%. E il nuovo regolamento comunale, che disciplina modi e tempi di organizzazione delle iniziative enogastronomiche, non aiuta. A spiegare perché è Silvano Pitanti, presidente degli esercenti pubblici per Confcommercio: «Gli organizzatori - chiarisce - concentrano gli eventi nei periodi di flusso turistico, tra la metà luglio e metà agosto. Ora ci sarà una decina di sagre in varie zone, con spazi ampi a disposizione. Spesso poi - chiarisce - i turisti sono attratti dall'idea del prodotto tipico».
Anche se - e Pitanti lo conferma - i primi clienti delle sagre siamo proprio noi, i massesi, conquistati dalla paesanità. «Se è vero che il nostro concittadino non spende moltissimo - prosegue Pitanti - è altrettanto vero che una cena - magari una pizza - se la concede, ma per 40 giorni d'estate, mappa delle sagre alla mano, finisce alle feste. Per il 60-70%, infatti, i clienti sono della zona». Davide Mosti, titolare del Fornaretto, semplifica il concetto: «La torta è una e se le attività aumentano, il lavoro cala. Ma quando i concorrenti non sono alla pari, allora arrivano i problemi. Noi dobbiamo fare i conti - è il caso di dirlo - con obblighi, tasse, fiscalità. Mi chiedo ad esempio se gli organizzatori delle sagre presentino bilanci o paghino la Tarsu». La tassa sui rifiuti in realtà la versano o dovrebbero versarla, in proporzione ai giorni e alle tipologie di attività. Anita Oggioni è la titolare dell'Antica osteria Chichibio, racconta di un calo di presenze pari al 50% in concomitanza con le sagre.
«Quello che mi colpisce - sottolinea - è che spesso tornano da me e mi raccontano di aver speso una trentina d'euro per mangiare con i gomiti "incollati" su tovaglie di plastica». Poi si concede una riflessione più ampia: «Il mio ristorante, in via Cairoli, è nella striscia di Gaza: il martedì, per il mercato, è impossibile raggiungerlo, nonostante io sia aperta anche a pranzo. La domenica metto la toilette a disposizione dei turisti che non saprebbero come fare. Questo posto è splendido, ma lasciato a se stesso, serve gente giovane e piena di idee». Francesco Barotti, proprietario dell'Ippopotamus, sul viale Roma, si è arreso: «Sa che le dico? - commenta - lamentarsi non serve a nulla, accettiamo la totale liberalizzazione. Io lavoro con il massimo della professionalità, scelgano i clienti». Insomma, come ogni anno, le sagre diventano l'occasione (forse il pretesto?) per parlare di creatività, ricettività, turismo e cultura dell'accoglienza.
Anche se - e Pitanti lo conferma - i primi clienti delle sagre siamo proprio noi, i massesi, conquistati dalla paesanità. «Se è vero che il nostro concittadino non spende moltissimo - prosegue Pitanti - è altrettanto vero che una cena - magari una pizza - se la concede, ma per 40 giorni d'estate, mappa delle sagre alla mano, finisce alle feste. Per il 60-70%, infatti, i clienti sono della zona». Davide Mosti, titolare del Fornaretto, semplifica il concetto: «La torta è una e se le attività aumentano, il lavoro cala. Ma quando i concorrenti non sono alla pari, allora arrivano i problemi. Noi dobbiamo fare i conti - è il caso di dirlo - con obblighi, tasse, fiscalità. Mi chiedo ad esempio se gli organizzatori delle sagre presentino bilanci o paghino la Tarsu». La tassa sui rifiuti in realtà la versano o dovrebbero versarla, in proporzione ai giorni e alle tipologie di attività. Anita Oggioni è la titolare dell'Antica osteria Chichibio, racconta di un calo di presenze pari al 50% in concomitanza con le sagre.
«Quello che mi colpisce - sottolinea - è che spesso tornano da me e mi raccontano di aver speso una trentina d'euro per mangiare con i gomiti "incollati" su tovaglie di plastica». Poi si concede una riflessione più ampia: «Il mio ristorante, in via Cairoli, è nella striscia di Gaza: il martedì, per il mercato, è impossibile raggiungerlo, nonostante io sia aperta anche a pranzo. La domenica metto la toilette a disposizione dei turisti che non saprebbero come fare. Questo posto è splendido, ma lasciato a se stesso, serve gente giovane e piena di idee». Francesco Barotti, proprietario dell'Ippopotamus, sul viale Roma, si è arreso: «Sa che le dico? - commenta - lamentarsi non serve a nulla, accettiamo la totale liberalizzazione. Io lavoro con il massimo della professionalità, scelgano i clienti». Insomma, come ogni anno, le sagre diventano l'occasione (forse il pretesto?) per parlare di creatività, ricettività, turismo e cultura dell'accoglienza.
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