Il Tirreno

Le motivazioni della corte di appello di Genova che ha confermato 15 anni per la Maneschi

«Non ha ucciso per soldi»

Alessandra Vivoli
Clara Maneschi durante il processo in aula a Massa
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Clara Maneschi durante il processo in aula a Massa

Ma c'è premeditazione: era nei boschi prima del delitto

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 AULLA. Non solo era sul luogo del delitto. Ma aveva anche fatto un sopralluogo prima dell'omicidio, in quel bosco di Pallerone, dove è stato ucciso suo marito. Ma, e questa è l'altra novità contenuta nelle motivazioni della sentenza della Corte di Appello di Genovoa, che ha confermato i 15 anni di reclusione inflitti, in primo grado, a Clara Maneschi, non ha fatto ammazzare il marito per soldi.  Non lo ha fatto per soldi. Dai giudici della corte di Appello di Genova, Clara Maneschic viene ritratta come una fredda calcolatrice, che sarebbe addirittura andata a ispezionare quel pezzo di terreno coperto di ghiande, dove poi è stato freddato il marito. Ma che però, non aveva, alla base delle sue azioni, il movente economico: quel gruzzolo, circa 30mila euro dell'assicurazione dei cacciatori, non c'entrerebbe quindi nulla con il teorema di Clara. Quello per cui dovrà passare 15 anni in carcere.  «Non si trattava invero - si legge nella sentenza d'appello depositata il 12 maggio scorso - di somme di denaro tali da giustificare, di per sé, l'uccisione del marito. Ma comunque rappresentavano, dal suo punto di vista, un ulteriore beneficio (questa volta economico) che sarebbe conseguito dall'uccisione di Cioni».  A spingere Clara a far uccidere il marito, come emerso più volte nella vicenda giudiziaria, e anche nella sentenza di appello, la volontà di uscire da un matrimonio ormai finito e da «una situazione - si legge nella sentenza di Genova. Che stava diventando per lei sempre più insostenibile, visto che il marito non si faceva scrupolo di picchiarla quando i due litigavano».  La premeditazione e la non aggravante economica: sono questi i due elementi di novità delle articolate motivazioni alla conferma, a, in Appello, della condanna della 46enne di Taverenelle in carcere a Pisa da 18 maggio del 2088 (c'era già stata dal 26 novembre 2007 fino al 21 dicembre dello stesso anno quando le furono concessi, e poi revocati, gli arresti domiciliari) per concorso in omicidio. Per avere cioè convinto lo spasimante, Giordano Trenti (morto suicida a una settimana dal delitto) a sparare al cuore al marito, Maurizio Cioni. Inscenando poi un finto incidente di caccia.  La soddisfazione dei legali delle parti civili. «Dalla corte di Appello di Genova è stata rivalutata tutta la nostra attività investigativa: noi avevamo già dimostrato, in primo grado, che Clara era andata nel bosco di Pallerone prima dell'omicidio. Erano i tabulati telefonici ad incastrarla».  Gli avvocati Giulia Feliciani e Valentina Antonini, che nel processo rappresentano le aprti civili, ossia la madre, il fratello e le figlie di Maurizio Cioni, sono soddisfatte.  «Non possiamo che commentare positivamente le motivazioni della sentenza di Genova - precisano i legali - Sono stati, infatti, recuperati elementi per noi molto importanti. E, innanzitutto, che, prima dell'omicidio la Maneschi aveva già visionato i luoghi dove poi ha fatto uccidere il marito». «Su questo - concludono - noi avevamo svolto una precisa attività investigativa che è stata rivalutata dalla corte di appello di Genova».  La difesa: non andrò in Cassazione. A Genova, in occasione della lettura della sentenza nel marzo scorso, aveva detto che, prima di decidere sull'eventuale ricorso in Cassazione, avrebbe voluto aspettare di leggere le motivazioni del giudice.  Adesso, è ufficiale, l'avvocato Debora Cossu non patrocinerà Clara Maneschi in un eventuale epilogo in Cassazione. Perché, tecnicamente, non può farlo.  «In questo momento finisce ei mio compito - dice - non sono abilitata per avere il patrocinio in Cassazione: bisogna essere iscritti all'albo da sei anni, i miei scadono il prossimo ottobre». E adesso cosa accadrà? «La Maneschi ha 40 giorni di tempo dalla data di deposizione della sentenza (12 maggio) potrà presentare ricorso personalmente o rivolgersi ad un altro legale - conclude la Cossu - In realtà io credo non ci siano grossi spazi per andare in Cassazione».

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