Il Tirreno

Cambiare provincia? No a Lucca, meglio La Spezia

Antonio Valentini
Cambiare provincia? No a Lucca, meglio La Spezia

È bastato che il Governo inserisse in agenda l'abolizione della Provincia, perché Massa e Carrara riscoprissero quanto hanno da spartire, quali sono le cose in comune e quanto è forte il senso di appartenenza al proprio territorio

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MASSA. Sono lontani anni luce i tempi in cui ogni pretesto era buono per litigare. È bastato che il Governo inserisse in agenda l'abolizione della Provincia, perché Massa e Carrara riscoprissero quanto hanno da spartire, quali sono le cose in comune e quanto è forte il senso di appartenenza al proprio territorio. Al punto che il sindaco di Carrara, Angelo Zubbani, vuol promuovere un referendum: «È un fulmine a ciel sereno. Il risparmio sarà minimo o nullo. Se l'ipotesi resterà in piedi, bisognerà che consulti la mia gente».

Perché se annessione deve essere, non è detto che sia Lucca a espandersi, dilatando i confini della propria circoscrizione. Ad allargarsi potrebbe essere, in teoria, anche La Spezia, sempre che il decreto lo permetta e non stabilisca, come unica possibilità, la fusione tra province contigue appartenenti alla stessa Regione. Massa e Carrara, di volta in volta, si sono trovate divise su tutto o quasi: la dislocazione degli uffici provinciali, la realizzazione del porto turistico, l'ospedale unico...

Persino il lardo può vantare una disputa a colpi di carte bollate e ricorsi, con i colonnatesi vincitori dopo aver ottenuto il marchio Igp a scapito dei montignosini. Ma l'idea di tracciare il confine lungo l'argine del Carrione, dividendo la provincia, è stata archiviata cinquant'anni fa. E i più concordano: di fronte al decreto del Governo, atto verticale come la caduta dei gravi, è utile far fronte comune. «Noi siamo attuatori, in larga parte, delle politiche regionali - commenta Osvaldo Angeli, presidente dell'amministrazione provinciale di Massa e Carrara -. La cosa più assurda è che vogliono accorparci, non cancellarci: dove sta il risparmio? Mica possono licenziare i nostri 340 dipendenti. Li trasferirebbero? Li distaccherebbero?» Nessuno lo sa. Stando così le cose, il risparmio potrebbe ridursi ai costi della politica, nel 2008 quantificato in 396.193 euro lordi, col presidente della Provincia ai vertici della graduatoria grazie all'appannaggio di 83.762 euro, sempre lordi. Oppure potrebbe giovare il taglio agli stipendi dei dipendenti apicali (un milione e 270mila euro nel 2008), saltato agli occhi per i 262.260 euro incassati dal superdirigente Antonino Minicuci, che cumulava gli incarichi di segretario e direttore generale: «Ha lasciato l'amministrazione, si è trasferito - si giustifica Angeli -. Quel dato è cumulativo di stipendio e liquidazione. La figura del direttore generale non esiste più e il nostro segretario, Angelo Petrucciani, ha uno stipendio che si aggira sui 90mila euro». E i 156.233 euro percepiti dal dipendente Giovanni Menna, i 128.733 euro riscossi dal suo collega Lorenzo Paolini? «Sono dati comprensivi dell'incentivo alla rottamazione dei dirigenti, attuato da questa Provincia», replica Angeli. Norberto Ricci, presidente della Camera di Commercio, è sulla stessa lunghezza d'onda: l'accorpamento con Lucca «è proprio una sciocchezza. Non ha nessun senso logico, i costi politici sono bassi. Ci penalizzano perché abbiamo numeri piccoli. Contiamo 203mila abitanti, non arriviamo alla soglia dei 220mila che il Governo ha stabilito per il mantenimento dell'autonomia. Mi chiedo: e allora? Questo non è un atteggiamento solidale». Quanto a solidarietà, chi vive all'ombra della Tambura e del Monte Sagro da tempo ha maturato la sensazione di vivere in un'area marginale.

Qui, da anni, la crisi batte forte. Nel 2009 il reddito disponibile pro-capite era di 17.286 euro, rispetto a una media toscana superiore di tremila euro; il tasso di disoccupazione era dell'11,5% (nel resto della regione 5,8%) e il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, in un anno, è aumentato del 314%. Come se non bastasse, il fatturato del lapideo è calato del 20,7% rispetto al 2008. L'economia si regge molto sui servizi. Se Massa dovesse perdere la dignità di capoluogo di provincia, col trasferimento dei dipendenti pubblici (a partire da prefettura, questura e provveditorato agli studi), anche Carrara subirebbe un grave contraccolpo. In un quadro del genere, col presente dipinto di rosso cupo e il futuro in parte pregiudicato, nessun apuano avrebbe mai pensato di dover dissipare energie nella difesa dell'identità provinciale.

E pensare che finalmente, dopo decenni di polemiche, una proposta di legge per interporre la "e" al posto del trattino tra i nomi di Massa e Carrara, era approdata in commissione affari costituzionali. Una semplice congiunzione, un problema marginale, che qualcuno ha fatto diventare affare di Stato. Da allora sono passati un paio di mesi. Che la manovra fa apparire come un'eternità.

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