Il dolore
Nardo, un ribelle allegro che ci mancherà
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Nardo Dunchi è deceduto lo scorso 7 maggio Un omaggio all'artista scomparso il 7 maggio: «Era e sarà unico»
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CARRARA. «Nardo è stato un grandissimo artista, un partigiano, uno scrittore, un combattente, un poeta; è stato tante cose, tutte sorprendenti. È stato, soprattutto, una delle persone più libere che abbia mai conosciuto»: così scrive, in un commosso ricordo, Carlotta Baini. «Ha incarnato la libertà assoluta. Di pensiero, di espressione, di esistenza. Ha avuto una vita bellissima, trovandosi, tante volte, nel posto giusto al momento giusto. E ha posseduto la rara capacità di coglierlo, quel momento». «Da lui ho imparato un sacco di cose: alcune, tra quelle più importanti. Nardo è stata la persona di famiglia che mi ha insegnato ad allacciarmi le scarpe. Ero proprio piccola. È stato un imprinting di libertà: quando hai le scarpe allacciate, puoi andare dove vuoi senza avere paura di inciampare. E quando avevo 6 o 7 anni, mi era sorta la curiosità di imparare a scolpire. Lui - adorava i bambini e i bambini, ovviamente, adoravano lui. - aveva dato la sua disponibilità per insegnarmi. Mio babbo e mia mamma mi accompagnavano tutti i giorni in un atelier all'aperto dove Nardo, con altri scultori, stava lavorando a una nuova opera. Ho passato tante mattine d'estate in un giardino incolto in una segheria di Avenza, in compagnia con lui e altri artisti. A imparare, a copiare particolari, a disegnare. La passione per la scultura, a dire il vero, si è spenta quasi subito; quella per il disegno libero è durata un po' più a lungo. Il divertimento di stare con lui, ronzandogli intorno come un'ape, chiacchierando e facendo domande a raffica, non è mai venuto meno». E ancora: «Nardo era un indomito. La sua ultima incursione, di qualche anno fa, mi aveva molto divertito. Gli avevo telefonato, quando aveva dato fuoco (o perlomeno, ci aveva tentato) a una sala del Comune. "i' l'han scrit anch n' su i giornali a Torino?" - mi aveva chiesto,-. "No, Nardo, me l'ha detto il babbo", gli spiegavo al telefono, quasi urlando per farmi sentire. Era un ribelle allegro. Alla fine, credo che l'omaggio che i suoi concittadini talvolta faticavano a concedergli e la grandezza, dovuta, che non sempre gli è stata riconosciuta, non lo turbassero molto. Era, come dicono adesso gli studiosi di management americani, "self confident"; era rissosamente consapevole di quello che era. Tutti quelli che non gli piacevano, erano "rumbambit sem". Era e sarà unico», conclude
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