Attenzione
Il caso del dipendente della Barsanti Macchine pedinato dallazienda. Parla lavvocato Claudio Lalli
Malato fuori casa? «Sì, per guarire»
Claudio Figaia
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Lo stabilimento della Barsanti Macchine e lavvocato Claudio Lalli Il legale: il lavoratore "doveva" uscire per fini terapeutici. Mobbing contro di lui
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MASSA. Il lavoratore in malattia "spiato" dall'azienda che lo scopre fuori casa preparare le nozze della figlia? «Ben poteva, anzi in qualche misura "doveva", uscire in luoghi aperti. A fini terapeutici». E la contestazione disciplinare del datore di lavoro al dipendente presunto assenteista? «È un atto di aggressione» che si iscrive in un quadro di persecuzione tipo mobbing ai suoi danni. È un contrattacco a tutto campo quello dell'avvocato Claudio Lalli, legale del dipendente di Barsanti Macchine accusato dal suo datore di lavoro di "comportamenti illegittimi"; in sostanza, di avere bluffato sul suo status di malato. Lo studio Lalli (uno dei più noti studi professionali di Carrara, specializzato in vertenze del lavoro soprattutto per conto della Cgil) ricostruisce una realtà parecchio diversa da quella descritta dall'azienda e annuncia iniziative legali, sia di tipo civile, sia di tipo penale, «per le modalità con cui è stata imprudentemente violata la privacy» del lavoratore in questione. Lo fa con argomentazioni tranchant: più che una difesa, un attacco in piena regola al comportamento della Barsanti. Il dipendente malato, sostiene, infatti, l'avvocato Lalli, «ha il dovere di rimanere nella sua abitazione soltanto durante la cosiddetta fascia oraria della visita fiscale», cioè dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19. Fuori da tali fasce, «ha l'assoluto diritto di non rimanere in casa, con l'unico obbligo di non compiere azioni o atti che possano determinare un peggioramento del suo stato di malattia». E, di certo, il dipendente Barsanti, uscendo da casa non ha peggiorato le sue condizioni. Anzi: capovolgendo le ipotesi avvalorate da Barsanti Macchine ("il lavoratore era fuori casa, dunque non era malato o, quantomeno, non si curava"), l'avvocato Lalli sostiene che «il dipendente deve comunicare la diagnosi del suo stato di malattia soltanto all'Inps, unico competente a verificare le sue reali condizioni di salute. Vi è pertanto una diagnosi che ben potrebbe, anzi nel caso in questione dovrebbe, consentire al lavoratore di uscire in luoghi aperti, proprio a fini terapeutici». In altre parole, è la tesi dello studio legale, se il lavoratore è afflitto da una malattia come una sindrome depressiva, ciò lo rende inabile a svolgere attività lavorative, ma non a uscire di casa. Anzi, stare in luoghi aperti lo aiuta a guarire. Altro che «non compatibilità», come affermato dall'azienda. E non è finita: L'azienda, rimarca lo studio Lalli, «ha il solo ed esclusivo diritto di accertare lo stato di malattia del lavoratore attraverso la visita fiscale del medico dell'Inps. E tale visita, richiesta dalla stessa società proprio nel periodo oggetto di contestazione, ha dato esito favorevole all'accertamento dello stato di malattia». Cioè: il medico fiscale Inps ha confermato il certificato del medico curante. E questo doveva bastare a Barsanti Macchine. L'avvocato diffida poi l'azienda a proseguire «indagini sulla vita privata» del suo assistito e notifica la «irrevocabile decisione» del dipendente ad agire penalmente e civilmente nei confronti della società. Infine: «Il mio assistito ritiene che questa contestazione disciplinare e il suo contenuto siano l'ennesimo atto di aggressione nei suoi confronti, considerando la sua veste di componente della Rsu e di lavoratore con una vertenza per danno di dequalificazione (il lavoratore sostiene di essere stato assegnato a mansioni non corrispondenti alla sua professionalità) appena attivata. E si sta attivando per un'azione giudiziale di risarcimento per i danni fisici, morali e professionali di mobbing o straining». La battaglia su questo caso clamoro ed emblematico sembra appena agli inizi.
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