Il Tirreno

«Chiedo scusa ai miei genitori»

A sinistra la sede di S.L. Group in via san Giuseppe Vecchio, a destra il responsabile della ditta Sebastiano Esposito finito ai domiciliari
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A sinistra la sede di S.L. Group in via san Giuseppe Vecchio, a destra il responsabile della ditta Sebastiano Esposito finito ai domiciliari

Parla una delle ragazze che vendeva gli aspirapolvere porta a porta

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 MASSA. Parla una delle ragazze finite nella trappola della vendita piramidale degli aspirapolvere. Ha 24 anni, studia all'università e prega di mantenere l'anonimato perché un po' si vergogna di quello che le è capitato: «Ci sono cascata come una stupida - sospira -, ma credevo di poter fare un po' di soldi e mantenermi gli studi. Invece ho messo nei guai la mia famiglia e una mia carissima amica. Ho venduto soltanto due di quegli aspirapolvere, a una cifra astronomica. Ci ho guadagnato 250 euro alla prima vendita, dalla seconda invece non ho visto un centesimo. Invece di pagarmi mi hanno licenziata».  La giovane, che d'ora in poi chiameremo Sonia, si era presentata alla S.L. group di in via San Giuseppe Vecchio grazie a un'inserzione letta su un quotidiano. «Cercavano dei consulenti - spiega -, ma nell'annuncio non era chiaro quello che si doveva fare. Prima ho chiamato, ho preso un appuntamento e infime mi hanno dato un appuntamento. Quando mi sono presentata mi ha sorpreso la facilità con la quale mi hanno assunto. Avevo fatto altri colloqui e mi avevano sempre detto che mi avrebbero fatto sapere invece alla S.L. mi hanno presa senza battere ciglio e convocata per il giorno successivo per partecipare a un corso di formazione». Sonia racconta anche in cosa consisteva il corso: «Tutto molto americano, con una musica assordante che ci accoglieva al nostro ingresso. Eravamo una ventina di aspiranti venditori, tutti molto giovani e pieni di speranze. L'unica cosa che ci hanno detto era che in quel momento eravamo degli zeri ma che saremmo potuti diventare degli eroi (lo slogano era from zero to hero). Poi ci hanno consigliato di fare pratica con le nostre famiglie, di vendere ai nostri parenti quell'aspirapolvere perché era un toccasana per l'asma e anche se costava molto era un prodotto elettromedicale consigliato perfino dal ministero della Salute (il bollino che faceva bella mostra di sé sull'elettrodomestico si è mostrato essere un tarocco)». La ragazza è ancora pentita di quello che ha fatto: «Ho fatto spendere migliaia di euro a mio padre e migliaia di euro a una mia amica, non sapevo di essere complice di una truffa».  Sonia, almeno questo, non è mai stata picchiata con il frustino: «No nella sede di Massa non l'ho mai visto. Certo è che se non riuscivamo a essere convincenti nel proporre l'aspirapolvere venivamo presi in giro davanti a tutti gli altri. Non è bello essere umiliati, figuriamoci quando poi lo fanno in pubblico senza alcun rispetto per la dignità altrui». E ora cosa farà la giovane? «Studio, in attesa di un lavoro serio. Sono costata troppo alla mia famiglia e per questo chiedo scusa». ALTRI SERVIZI A PAG 3

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